Albino CECE

                      

                     I Longobardi, la Foresta,

                          Ulfarino e Campello

                                               Festa di Ognissanti del 2001

 

        Anno mille: una unificazione territoriale fondamentale

 

Intorno all'anno Mille si verificò quella riunificazione territoriale della fascia meridionale del Lazio di cui oggi, all'inizio del terzo millennio, si va sostenendo o avversando la necessità. Essa fu resa concreta e reale proprio mille anni fa attraverso una intricata attività bellica, politica e religiosa di cui furono protagonisti monaci greci e benedettini, diocesi di Aquino e Gaeta, conti di Pontecorvo e duchi di Gaeta.

Infatti basta leggere il modesto libricino - ma pregnante di contenuto - di don Tommaso Sdoja[1] per rendersi conto come mille anni fa Adenolfo governasse quella estesa regione Aquinate - Pontecorvese - Gaetana coi titoli di duca di Gaeta e conte di Pontecorvo.

Un'unica grande Foresta (con questo nome era indicata una vastissima estensione di altipiani boscati situati tra Gaeta e Pontecorvo) costellata di una miriade di villaggi rurali caratterizzava, intorno all'anno mille, l'esteso territorio che da Gaeta va sino a Pontecorvo ed Aquino. "I confini del territorio della Foresta incominciavano dalla vetta di monte S. Martino, andavano per la via che conduce a Gaeta, ed indi alla Forma della Quosa (fiume Cosa), e a monte Vitro", afferma il Fabiani.

Numerosi monasteri, chiese e cappelle affidati a monaci greci e benedettini segnavano le vie di comunicazioni entro questo intricato viluppo di verde vegetazione coltivata.

Era un territorio d'altipiano appenninico che collegava la zona costiera a quella interna, fornito di sentieri che sostituivano le antiche strade romane ormai intransitabili o per il loro sopravvenuto abbandono da parte delle autorità centrali o per il latrocinio che lungh'esse si annidava. Numerose castelli e rocche erano sorte entro la Foresta a difesa del territorio, degli insediamenti e delle attività umane; essa si collegava alla costa attraverso Polleca (da res pubblica = bene pubblico e, quindi, demaniale) di Roccaguglielma (Esperia) a sua volta collegata con Campello (attualmente d'Itri). Era un luogo vissuto dalla gente per cui noi oggi possiamo spiegarci l'enorme numero di monasteri e chiese dirute presenti nell'area.

Sarà perché si tratta di una vastissima estensione montana, sarà perché a nessuno interessa più di tanto, finora non si è affrontato affatto uno studio sistematico di questi luoghi anche se qualche piccolo assaggio di essi ce lo ha offerto l'arch. Cosmo di Milla nei suoi volumi fotografici sugli Aurunci[2] da lui interamente percorsi a piedi.

L'unificazione territoriale realizzatasi intorno all'anno mille (che dovrebbe essere esplorata e documentata opportunamente) sta nel prevalente esercizio di una economia agricolo-pastorale nell'epoca e nel vasto insediamento monastico di guida alla gente di monaci greci prima, greco-latini dopo ed infine benedettini.

La chiave di volta del sistema consiste però nella  creazione di due monasteri sorti sui monti: quello di San Pietro nella Foresta (dove svolse la propria missione, negli ultimi 22 anni, di vita l'abate Clino, poi dichiarato santo ed eletto protettore di Esperia, apparentato con la famiglia imperiale dei Paleòlogo di Costantinopoli) e San Paolo della Foresta, sorti entrambi sulla donazione di un vasto possedimento forestale da parte del lungimirante Guido II conte di Pontecorvo. 

Quale influenza ebbe l'invasione longobarda su questo territorio, quali conseguenze essa vi produsse e come il diritto di queste genti germaniche si sovrappose a quello dei possessores di diritto romano? Si tratta di un periodo storico itrano che non è stato affatto studiato ma che l'emergenza archeologica della contrada Ulfarino ci aiuterà a capire.

 

Cinta fortificata longobarda

in Ulfarino d'Itri

Generalità

 

Ulfarino è una località in territorio di Itri sita su una collina oltre la cappella diruta di San Marco e sulla strada che porta all'altra cappella rurale di Sant'Onofrio, ormai del tutto scomparsa; con lo stesso nome si indica sia un monte che un'estensione di terreno coltivabile.

In via documentale troviamo per la prima volta questo toponimo il 20 aprile 1283, quando l'arciprete Andrea ed i chierici di S. Angelo di Itri, a nome della loro chiesa concedono a Stefania[3] un "oliveto situato... nel luogo detto Le Petrelle" in cambio di "terre e monte situati... nella località Ulfarinus, che ad oriente confina con la vetta del monte che è detto Ulfarinus e la terra di Giovanni Cellarani, ad occidente ha un terreno S. Nicola di Calvi...".

Nel 1341, Tamo Ferzone di Itri permuta[4] una cesa sita nella località Alfarina con un'altra cesa posta nella contrada detta Vererina di proprietà di Gemma del fu Tommaso Maranola (o Marandola): "facendo la permuta di una cesa con olivi dello stesso Tamo sita nelle pertinenze di Itri, dove si dice Alfarina... con un'altra cesa della stessa Gemma situata nelle stesse pertinenze, dove si dice Vererina".

Però la "detta cesa della stessa Gemma era ed è una cesa migliore di quella dello stesso Tamo" per cui questi "diede e liquidò la stessa Gemma... come conguaglio" la somma di "otto tareni[5] d'oro in gligliati d'argento, scambiati con due per ogni tareno".

Sul verso di questa antica carta è annotato che la permuta riguarda una cesa sita a Valfarina con altra sita a Vedrano.

E' facile osservare come l'originario toponimo di Ulfarino si trasformi prima in Alfarina e poi in Valfarina mentre l'originario Vererina venga indicato poi con Vedrano.

Nella carta del 28 luglio 1363, il sacerdote Nicola Portaioye, primicerio di Itri aggiunge al proprio testamento alcuni codicilli[6] relativi ad alcuni legati di cui era beneficiario e, poiché giace a letto ammalato, si preoccupa, tra gli altri, di un "oliveto sito nel detto territorio, nel luogo detto Olfarina... presso la forcella...". Qui il toponimo si presenta trasformato e comprende parte del primo e del secondo toponimo attestato documentalmente.

Una contrada di Itri viene indicata, quindi, con il nome di Ulfarino (nel 1283), Olfarina, Alfarina e, infine Valfarina per denominare sia un monte che adiacenti pezzi di terreno coltivati.

 

Sopralluogo del 19 ottobre 2001

Il giorno 19 ottobre 2001, sotto la guida di Armidio Di Mascolo e Lorenzo Testa entrambi di Itri, mi sono portato sulla strada provinciale Itri-Sperlonga; a fianco dei ruderi dell'antica chiesa rurale di San Marco ci siamo inerpicati lungo una strada rurale che li costeggia e dopo poco tratto siamo giunti alla Forcella di Ulfarino dalla quale lo sguardo spazia verso Fondi; guardando indietro era visibile Mondragone e Vindicio di Formia.

Da questa Forcella la strada si biforca: la diramazione a destra rasenta una cinta apicale fortificata e alla sua sinistra il terreno digrada in una incolta valle verso Fondi; proseguendo lungh'essa si giunge alla cappella rurale dedicata a Sant'Onofrio (di cui nessuna notizia documentale siamo riusciti finora a trovare) su cui è stata edificata una privata abitazione e d'essa non resta alcun segnale esterno se non due antichi terrazzamenti sostenuti da mura a secco risalenti a qualche centinaio d'anni fa.

Lungo questa strada per Sant'Onofrio, a circa duecento metri dalla biforcazione, a lato valle, si trovano le mura perimetrali in pietra di una piccola costruzione di forma quadrata, priva della copertura che doveva essere a volta, provvista di una escavazione circolare nel pavimento, dietro la porta d'ingresso.

La biforcazione che dalla Forcella si porta verso sinistra, costeggia un antichissimo muro a secco di proprietà di Lorenzo Testa che, nella sua omogenea tecnica costruttiva delimita l'intera sua proprietà entro la quale esiste una antica cisterna cilindrica (del tipo esistente tuttora a Campodimele per l'abbeverata delle greggi), ma con la faccia interna rivestita in cocciopesto (con bordo di fabbrica sopra il livello di campagna) nonchè un altro pozzo scavato nella roccia ed una antica abitazione rurale, ora scoperta, ricavata dalla sapiente connessione di pietre mobili  con macigni sorgenti naturalmente dal terreno.

I terrazzamenti all'interno di questa proprietà sono della stessa epoca del muro di cinta e sono realizzati in modo tale da adattare le pietre mobili alle rocce naturali affioranti dal terreno. Si tratta di opere tanto perfette e laboriose da presentarsi come sostenute da disponibilità di abbondante manodopera (nell'epoca longobarda di cui diremo appresso vi era abbondanza di schiavi domestici).

Il signor Lorenzo Testa, che sin da bambino frequentava questi luoghi di sua proprietà, ci ha dichiarato che sia la strada che dalla Itri-Sperlonga porta a Ulfarino sia quella che rasenta la sua proprietà erano lastricate in pietre prima che venissero coperte parte con asfalto e parte con cemento per permettere un migliore transito veicolare.

Salendo da San Marco, come abbiamo detto, siamo giunti alla Forcella di Ulfarino dove esiste la biforcazione stradale; a sinistra abbiamo la proprietà di Lorenzo Testa ed a destra abbiamo un pianoro sommitale che, dai ruderi tuttora visibili, si rappresenta come una cinta fortificata, di cui nessuna notizia documentale siamo finora riusciti a trovare.

Quello che si presenta come un pianoro, incolto e con qualche albero, risulta essere sovrastante a diversi locali a fabbrica seminterrati, costruiti a volta, alcune del tipo che si ritrova anche nei ruderi di Campello Vecchio e che sono visibili da certe aperture per franamento di porzioni di mura.  Dal pianoro spiccano alcune parti di fabbrica anche di alcuni metri d'altezza che ci accertano l'esistenza almeno di un primo piano elevato sul seminterrato (che all'epoca di costruzione doveva essere un piano terraneo dell'intero fabbricato).

Le residue costruzioni del pianoro si staccano con un camminamento interno dal corpo di fabbrica (pur diruto ma meglio conservato) di un complesso abitativo a volta su un pianoterra ed un primo piano, con mura in pietra di spessore elevato, provvisti di diversi ripostigli incavati nelle mura nonchè di diverse feritoie aperte verso la strada rurale per Sant'Onofrio.

Tutto il pianoro è recintato con mura a secco dello stesso tipo ed età di quelle rilevate per la vicina proprietà del Testa; nella parte che strapiomba a valle si notano tuttora recinti a terrazzamenti successivi.

All'epoca della sua attività, questa cinta fortificata sommitale, costruita su almeno due piani di fabbrica, confinava con la strada per Sant'Onofrio e si rivolgeva, digradante, verso Itri e la costa tirrenica di Vindicio di Formia ed era divisa dalla proprietà Testa dalla strada proveniente da San Marco.

 

Dati toponomastici

La scienza toponomastica è portata a interpretare Ulfarino come una formazione prediale derivata dal nome latino Alfius, documentato in iscrizioni napoletane, col suffisso -anus applicato al gentilizio latino per cui starebbe a indicare un podere di proprietà di un Alfius. 

Tenendo conto delle corruzioni linguistiche cui il nome è stato assoggettato nel corso dei secoli precedenti e seguenti la prima sua presenza documentale risalente al 1283, potrebbe, però, anche leggersi la sua etimologia nel significato di "sito posto in alto, in cima, su un burrone, un precipizio" in quanto proprio con tali caratteristiche appare la cinta sommitale fortificata di cui abbiamo indicato l'ubicazione.

            Un'altra interpretazione etimologica è possibile per il nome di questa contrada e cinta fortificata itrana e che, in relazione alle emergenze  architettoniche visitate, ci appare più plausibile e non si trova in contrasto con la precedente.

            Le quattro varianti del nome, Ulfarino, Olfarina, Alfarina, Valfarina appaiono tutte come così composte; Ul-farina, Ol-farina, Al-farina, Val-farina. Lasciamo per un momento da parte i prefissi ul-, ol-, al-, val- ed esaminiamo più da vicino il sempre uguale componente -farina del nome della località.

            La scienza etimologica indica con farina il diminutivo dell'appellativo longobardo Fara che dapprima aveva il significato di "spedizione militare" con una connotazione accessoria di tipo genealogico, cioè una spedizione che include anche i consanguinei e le masserizie; successivamente Fara venne ad indicare "insediamento con scopi militari di Longobardi"; ancora in epoca successiva, quando i Longobardi si sono trasformati in agricoltori, venne ad indicare un "piccolo nucleo demografico e fondiario". I toponimi derivanti da Fara ancora esistenti o estinti sono molto numerosi, specialmente nell'Italia centro-meridionale, ed il passaggio dall'appellativo al nome locale è accertato nel IX secolo, ma può essere iniziato già sul finire dell'VIII secolo. L'esistenza di un diminutivo di Fara è attestato per esempio nel toponimo Farìndola (Pe).

In definitiva, con il termine longobardo "fara" si indicava ciascuno dei corpi di spedizione in cui si divideva il popolo in armi durante le migrazioni. I longobardi scesero in Italia raggruppati in "fare" e in "fare" migrarono all'interno della penisola.

Ci troviamo quindi a sciogliere il nodo etimologico di questa località indicandolo col significato di "valle in cui si trova una piccola fara" longobarda oppure come indicazione "alla piccola fara" (nel senso di andare alla...).

            In questo caso l'interpretazione etimologica trova conferma sul campo rispetto alle emergenze architettoniche e di assetto colturale della località per cui possiamo affermare con una certa tranquillità che la cinta sommitale fortificata apparteneva ad un piccolo nucleo familiare di Longobardi agricoltori che qui si erano stanziati tra l'VIII ed il IX secolo dotandosi di opportune strutture difensive e di un adeguato assetto produttivo delle terre circostanti in modo da garantirsi una consistente fonte alimentare di sopravvivenza ed anche di arricchimento.

 

La questione longobarda

 

            Intorno all'anno mille i monti Aurunci erano interamente ricoperti da una fitta Foresta che da Gaeta, attraverso Campello, Maranola e Pico raggiungeva Pontecorvo, Polleca di Esperia ed il Fammera di Ausonia.

            L'attuale Campello di Itri rappresenta quanto resta di questa Foresta e che fino a pochi anni fa era considerato un compendio demaniale sottoposto ad usi civici come una gran parte del territorio itrano.

            L'origine di queste vaste estensioni di terre collettive soggette ad uso civico sono certamente da ricondurre al sistema di assetto amministrativo introdotto dai longobardi.

A cominciare dal 568 i Longobardi conquistano l'Italia. Quale fu la conseguenza di una tale conquista e di un tale insediamento pel regime dei pascoli e dei boschi, che, presso i Germa­ni, sotto il nome di Allmende, avevan pure una universale tradizione di gestione collettiva?

Parecchi tra i maggiori degli storici del diritto italiano, sostennero che il regime dei beni collettivi fu da allora com­pletamente rifatto e improntato ai principi del diritto germanico, fino a quelle estreme terre dell'Italia meridionale dove i Longobardi ebbero ad insediarsi.

Tra i longobardi esisteva il concetto germanico della proprietà frazionata, secondo cui, a differenza del diritto romano, il titolare della proprietà degli alberi e dell'erba poteva essere separata, cioè essere diverso dal proprietario del suolo; un radicale rivolgimento si operò nei rapporti di proprietà con l'invasione e il successivo assestamento dei rapporti fra il popolo invasore e la popolazione locale.

Secondo F. Schneider riportato dal Borgnetti[7] gli arimanni[8]  si sarebbero stabiliti per famiglie (farae) sul terzo dei fondi espropriati e sui latifondi senza più padroni ( per uccisione o fuga). Il loro tenore di vita sarebbe stato quello dei possessores romani (la terra veniva lavorata dagli antichi schiavi e coloni e dagli aldi e servi degli arimanni[9]), e come loro sarebbero stati cittadini della civitas, nel cui territorium il fondo si trovava. I nuovi possessores dei fondi non avrebbero costituito alcuna comunità rurale... Una parte però degli arimanni, o perchè meno favorita nella divisione o per il rapido moltiplicarsi di quella forte razza, venne a trovarsi senza terra o con una insufficiente porzione di essa. D'altro canto si presentava ai Longobardi la stessa necessità di stabile protezione dei confini (che dai Bizantini era stata risolta mediante lo stanziamento di milites limitanei, militari di confine); ed i longobardi tendevano a far proprie le forme politiche e sociali dello stato sopraffatto. Per questo scopo militare il regno avrebbe fondato su terre del fisco e colle stesse caratteristiche già state della colonia dei milites limitanei, una colonia di arimanni, reclutandoli fra quelli diseredati o immiseriti di cui si è detto.

Insomma sarebbero coesistite due categorie di arimanni: quelli che ancora tenevano allodii originariamente assegnati nella divisione e che facevano capo alla città, e quelli invece costituenti una colonia militare di stato, dipendenti immediatamente dal regno, da cui, come i milites bizantini, avevano in godimento irrevocabile ed ereditario la terra (con caratteristiche limitazioni circa l'alienabilità).

Coi Carolingi venne meno la ragione di distinguere gli arimanni  dai liberi romani o franchi; il nome andò lentamente in disuso rimanendo solo quello di liberi homines mentre arimanno venne chiamato fino alla fine del sec. IX solo quell'antico esercitale che era membro d'una colonia militare stanziata su terra pubblica.

 

Considerazioni

            Per la prima volta viene individuata questa emergenza archeologica itrana, ne viene definita la natura e viene collocata la sua costruzione in un arco temporale ben preciso.

            Questa scoperta comporta una serie di problemi nuovi circa la presenza longobarda nel retroterra del Golfo di Gaeta.

            Come è noto, i Longobardi entrarono in Italia nel 568 d.C. Crearono il Ducato di Benevento che si divise poi in quelli di Benevento, Salerno e Capua. Ai greci rimase il ducato di Napoli ripartito poi nei tre ducati di Napoli, Amalfi, Gaeta, Roma e altre parti d'Italia.

            Mario Forte nel suo "Fondi nei tempi" esclude la soggezione di Terracina e Gaeta ai Longobardi che "preferivano stabilirsi nei centri del retroterra" secondo la lezione del Federici. Egli afferma anche che nel 577 essi devastarono la città di Aquino, Montecassino e nel 590 le città di Attica e Minturno, nel 592-93 aggiunsero distruzioni alla città di Fondi. Il pontefice Gregorio I scrisse una lettera ad Agnello, vescovo di Fondi, perchè si occupasse anche della sede vescovile di Terracina, essendo state decimate entrambe le città dalle devastazioni longobarde.

            Ci domandiamo, quindi, se il caso emergente di Ulfarino rappresenti un caso isolato di insediamento longobardo nell'area oppure sia soltanto uno dei siti di un più complesso sistema insediativo (analogo a quello dei castellieri) di cui ci è tuttora sconosciuta la distribuzione sul territorio.

            Le condizioni dell'assetto infrastrutturale, qui, si sono conservate quasi del tutto intatte dal medio evo fino a cinquant'anni fa per cui sarebbe ancora relativamente semplice la realizzazione di uno studio particolareggiato di esse così come si presentavano mille anni fa procedendo anche al recupero di quanto può essere ancora recuperabile.

            Esistevano  e com'erano realizzate le eventuali elaborazioni infrastrutturali: raccordi viari, direttrici ottiche, opere di sbarramento, segmentazioni intermedie, necropoli, ecc.

            Com'era disposto il reticolo delle antiche mulattiere e dei sentieri che attraversavano l'intera area?

            Sono tutte domande queste  che restano per ora senza risposta priva, com'è, l'elaborazione culturale locale di un supporto logistico oneroso, sprovvista di foto aeree particolareggiate del territorio e di intervento archeologico specialistico sul campo.

 

Riflessioni conclusive

Da un primo sommario esame delle emergenze di Ulfarino possiamo trarre le seguenti riflessioni conclusive che ci riportano ad un'epoca certamente anteriore all'anno mille:

1.      la cinta apicale fortificata, di cui non possediamo al momento alcuna notizia documentale sull'origine, costituiva certamente un sistema difensivo privato che riteniamo possa essere stato edificato da una piccola fara di contadini longobardi;

2.      la proprietà di Lorenzo Testa si presenta con un assetto strutturale tuttora originario e che non poteva essere effettuato da una sola famiglia rurale e, quindi, è la risultante dello sforzo di un signore del luogo che avesse a disposizione una certa quantità di manodopera ovvero di un gruppo di consanguinei alquanto numeroso teso al conseguimento del medesimo obiettivo;

3.      la proprietà di Lorenzo Testa può considerarsi come la fonte di approvvigionamento alimentare più immediata del "signore della cinta fortificata di Ulfarino" che dominava il versante interno della contrada e quello esterno rivolto verso Itri e dove non lontano, ai piedi del monte, esiste tuttora una torre, di più recente fattura, ma che anch'essa non è stata mai studiata;

4.      molto interessante è la tecnica costruttiva delle mura a secco perimetrali delle due emergenze archeologiche di Ulfarino che appaiono essere originali e mai rimaneggiate.

 

Campello

e il villaggio rurale medioevale di Campolancia

 

Breve relazione storica

            La caduta dell'impero romano fissata all'anno 476 d.C, le invasioni barbariche, la radicalizzazione delle lotte locali, il degrado delle grandi infrastrutture viarie, come l'Appia, che non servivano più al potere centrale per le necessità militari, imposero anche alle comunità aurunche di lasciare la pianura per trovare rifugio tra i monti.

            Nel 1176 l'attuale località itrana di Campello doveva avere una sua consistenza se ne risulta barone Raulle di Carta, che partecipò alla crociata in Palestina inviando cinque suoi uomini di Campello.

            Nel 1478 la località era ancora abitata, perchè vi figura come arciprete il sacerdote Giovanni Paganelli di Itri.

            Il re Ferdinando il Cattolico, con diploma del 15 novembre 1504, conferì a Prospero Colonna e ai suoi eredi tra gli altri possessi anche quello di Itri e Campello e, trovandosi questo elencato tra altri centri abitati, ne dobbiamo dedurre questa condizione per quell'anno[10].

            Su questo sito così scrive A. De Santis: Nel territorio di Itri è compreso Campello, già castello ora località campestre fra Campodimele e Itri che fu abbandonato nella seconda metà del '400 secondo quanto riportato nell'Inventarium Honorati Gajetani dell'anno 1491, pubblicazione incompiuta e riservata dalla Biblioteca Apostolica Vaticana (p. 134).

Nell'anno 1269, in una "cedola de focularibus que inveniuntur diminuta" fra altre terre e luoghi soggetti al pagamento di un augustale per fuoco, Campello figura iscritto per once 8 e tarì 7 e mezzo, ossia per 33 fuochi[11].

Alla fine del XV secolo, e precisamente intorno al 1491, deve farsi risalire, allora, il definitivo abbandono del sito.

I 33 fuochi contati a Campello nel 1269 corrispondono ad una popolazione di circa 132 abitanti che, tenendo conto dell'uso di occultare qualche fuoco o di accorparli tra loro per pagare meno tasse, possiamo far salire a circa 200 unità.

Considerate, perciò, le dimensioni modeste del castello di Campello, come si rileva dalle attuali rovine, possiamo affermare con sicurezza che questa massa di gente non poteva assolutamente trovare ricovero stabile in esso, come da qualche studioso viene erroneamente affermato.

Ma la data del 1269 nella quale vengono accertati i 33 fuochi si trova proprio a metà del periodo da noi conosciuto (1176 - 1491) circa l'esistenza di un agglomerato sociale a Campello.

Se alla prima data da noi conosciuta (1176) il barone Raulle di Carta poteva consentirsi il lusso di equipaggiare cinque soldati per le Crociate, ne dobbiamo dedurre che la località possedeva una propria solidità economica che si era andata consolidando lentamente almeno da 3-400 anni prima, cioè tanti quanti sono serviti al suo completo dissolvimento.

Possiamo supporre con verosimiglianza che l'insediamento umano colà allocato ebbe inizio intorno al 700 d.C. per aver termine intorno al 1500, facendo salve le risultanze di un maggior approfondimento.

Circa ottocento anni di storia umana quasi del tutto cancellata dal tempo nella memoria storica locale e nelle carte d'archivio.

Lo studioso si trova allora di fronte a poche memorie archivistiche, a molte notizie contraddittorie che vengono tramandate oralmente, spesso in modo confusionario e poco attendibile nonchè all'eventuale ritrovamento di antichi segni sul terreno.

Poichè la località è stata sempre di difficile accesso fino alla costruzione di una recente strada rotabile, gli scrittori locali antichi hanno riferito semplicemente ciò che trovavano scritto da altri formando così una catena di luoghi comuni perpetuatisi nel tempo; non ci risulta effettuata mai nessuna seria ricognizione specialistica sul territorio campellano nè quella nostra intende dare risposte definitive a tutte quelle problematiche di natura storica ed archeologica che l'accertamento sul campo sicuramente solleverà.

Perciò è stata nostra decisione procedere ad un sopralluogo ricognitivo per tentare una prima e non certo conclusiva valutazione delle emergenze storico-archeologiche dell'altopiano di Campello.

Sopralluogo di ricognizione storico-archeologica in località Campello di Itri (Lt) nel giorno di domenica 17.5.1998.

Insieme ai sigg. Armidio Di Mascolo e Francesco Ciccarelli, entrambi originari di Itri e residenti in questa città - che si sono squisitamente offerti a farmi da guida -  partendo dalla sella di S. Nicola sulla statale Civita Farnese, ci siamo inoltrati per la strada rotabile di Campello e ci siamo fermati in questa località, in una radura ove gli itrani sono soliti venire a consumare pranzi all'aperto; cioè, abbiamo iniziato il percorso partendo dal punto più lontano dall'attuale abitato di Itri.

Trattasi di una prima ricognizione in loco per verificare le reliquie del passato di Campello durato almeno ottocento anni, ma scomparso dalla memoria comune del popolo itrano.

Com'è evidente, le diverse implicazioni di natura storica, archeologica, urbanistica e sociale dovranno essere oggetto di studi specifici e specialistici ed ai quali affidiamo questa memoria della ricognizione effettuata.

Abbiamo quindi risalito a piedi il colle situato a levante di detta radura per raggiungerne la cima.

Questa cima è contornata dai resti di un muro di cinta di fattura medievale, in parte franato, ma riconoscibile in più punti.

Lungo la cinta muraria sono riconoscibili almeno due torrette dirute a base circolare. La porta di accesso alle rovine è riconoscibile sul lato posto a mezzogiorno.

All'interno del muro di cinta sono evidenti ammassi di pietre di fabbrica franate, resti di mura e di vani, intonacati e non, scoperti; di alcuni di questi si riconosce l'attacco della volta di copertura. In buone condizioni di conservazione è stata ritrovata una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana provvista di diverse opere murarie collegate, forse, alla depurazione delle stesse acque confluenti nella cisterna.

All'interno della cinta, verso mezzogiorno, sull'entrata del complesso edilizio, è riconoscibile una serie di muri che delimitano i resti dell'atrio della porta medesima; più avanti si rileva la probabile esistenza di una torre interna al complesso, a base circolare, e con vista esposta verso l'estesa valle di Piana del Campo.

La folta vegetazione d'alto fusto che cresce sulle rovine sta ancor più sgretolando quanto pur tuttavia è visibile in superficie di questo complesso di modeste dimensioni e ne rende difficile una lettura globale dello stesso; l'intero edificio dovrebbe presentarsi a base quadrata o rettangolare.

Di tutto è stata effettuata ripresa video e fotografica.

Da informazioni in possesso degli intervenuti e da altre assunte in loco da pastori che frequentano la vasta località, possiamo affermare che:

a)             partendo dall'attuale centro urbano di Itri:

1.      dalla via Civita Farnese, si prende la strada interna per la località Marciano, si prosegue per sentieri verso casale Erchia e Campello Vecchio e, da qui, si prosegue per Campello;

2.      l'intero tragitto a piedi, per sentieri montani interni, ha la durata di poco più di tre ore di marcia; un'ora e mezza di cammino dista Campello Vecchio da Itri, un'altra ora e mezza da Campello Vecchio a Campello;

b)             esistono a Campello Vecchio alcuni ruderi denominati Castellone, non visitato;

c)             tra le due località dell'altopiano denominate Campello e Campello Vecchio ci è stata indicata l'esistenza di una valle, più lunga che larga, incuneata tra due cime sovrastanti  (delle quali una è denominata Serra Macera) conosciuta con il nome di Campo Lancia o Campolancia ma riportata nella cartografia ufficiale col nome di Valle Piana.

            Sebbene il tempo minacciasse il diluvio, come in effetti si è verificato in serata, nel pomeriggio ci siamo portati a questa valle di Campolancia ubicata appunto tra Campello Vecchio e Campello ma in territorio di quest'ultimo, a circa tre quarti d'ora di marcia dalle due predette località.

            Qui abbiamo notato che la testa della valle, esposta verso nord ai piedi di una collina, più larga e situata su un piano più alto della restante porzione di essa, presenta la forma di una losanga simile ad una punta di lancia la cui asta è rappresentata dal restante territorio vallivo.

La testa della valle di Campolancia:

1.      è delimitata tutt'intorno, verso il colle che ne confina la punta di lancia, da un muro a secco di mirabile fattura, di altezza diversa, integro in molta della sua estensione;

2.      l'interno dell'area è suddiviso da diverse mura a secco di squisita fattura tuttora esistenti a diversi livelli fuori terra, posti nel senso longitudinale e trasversale alla valle e che, ad una considerazione frettolosa, appaiono di nessuna utilità pratica; di altre mura a secco edificate in senso longitudinale alla valle restano le pietre di fondazione;

3.      entro l'area sono presenti numerosi vani manufatti con pietre a secco e scoperti di forma rettangolare, quadrata e circolare, che si riconoscono come la base solida che veniva ricoperta con spioventi di strame per consentire il ricovero abitativo alle persone addette nel medioevo, e fino all'anteguerra, al lavoro nei campi. Ciascun manufatto è provvisto di apertura d'accesso a piano di campagna e costruita con massi squadrati sovrapposti; alcuni di essi recinti a secco e di grosso spessore sono suddivisi in due vani. Detti manufatti sono assai diffusi nell'area aurunca e se ne trovano tuttora in attività nel contermine comune di Campodimele; qui, a monte della contrada Pozzi della Valle, è presente, a mezzacosta, un esempio di insediamento rurale medievale su terrazzamenti sorretti da muri a secco conservatosi integro nel tempo; il tutto delimitato da mura dello stesso tipo posti a confine con l'incolto circostante ed un sentiero che porta a Pico;

4.      le mura a secco di cui al punto 2) possono apparire, pertanto, come opere di assetto urbanistico di quello che rappresenta certamente un insediamento umano rurale di epoca medievale e che è rimasto vivo fino ai primi anni di questo secolo;

5.      nell'area della testa di valle vi è presente almeno una decina di pagliai che potevano dare asilo almeno ad una cinquantina di persone addette alla lavorazione agricola della valle e delle altre zone coltivabili circostanti, costituendo essa area, quindi, un vero e proprio agglomerato abitativo rurale stabile e sicuro dalle scorrerie esterne, per la sua felice posizione nascosta e per la protezione offerta dalle due opere militari di difesa di Campello e Castellone.

Salvo ulteriori approfondimenti che saranno effettuati in prosieguo di tempo, possiamo avanzare le seguenti provvisorie conclusioni:

1.      l'area montana di Campello è naturalmente collegata con l'attuale abitato di Itri attraverso la località Marciano ed è raggiungibile a piedi con circa tre ore di marcia: un tempo di percorrenza abbastanza agevole se rapportato all'epoca medievale (ma anche dell'anteguerra ultimo);

2.      l'altopiano di Campello si può suddividere nelle tre località principali di Campello Vecchio, Campello e Ierchia o Erchia;

3.      nell'altopiano di Campello sono presenti un castello (che per le sue modeste dimensioni poteva contenere soltanto la guarnigione di difesa) e di un agglomerato abitativo rurale antico (Campolancia);

4.      l'agglomerato abitativo rurale di Campolancia si presenta provvisto di mura a secco che, in alcuni punti, fanno pensare a vere e proprie opere di tipo poligonale pre-romane (con ciò attestando un più antico uso del territorio ed una sua continuità abitativa);

5.      con ulteriori sopralluoghi si dovrà accertare:

a)      l'esistenza, peraltro assicurataci da informazioni assunte in loco, dei resti del Castellone a Campello Vecchio;

b)      l'esistenza a Campello Vecchio delle rovine di un agglomerato urbano rurale del tipo simile a quello rilevato a Campolancia per l'area di Campello;

c)      l'esistenza dei resti di casale Erchia e la sua posizione rispetto alle due aree di Campello e a quella di Figline - Monte Civita nonchè il suo eventuale uso quale antico centro di culto delle comunità del luogo montano.

      Per memoria, ricordiamo che la cartografia ufficiale, ai piedi del monte Castellone (in posizione sud-est rispetto a questo), nell'angolo di una valle priva di toponimo specifico, sono riportati numerosi manufatti abitativi rurali del tipo già rilevato a Campolancia.

      Anche nella porzione ovest della Piana di Campo sono presenti simili rilievi cartografici.

            Nel caso si potesse accertare quanto al punto 5) si potrebbe confermare definitivamente che:

a)      Campello non può essere considerato nel medioevo un centro unitario abitativo, un casale unico, come finora si è dato ad intendere;

b)      che i fuochi (famiglie) rilevati nel 1269 non erano raggruppati in un unico sistema abitativo ma dislocati in almeno due gruppi sull'intero territorio con origini che forse vanno anche più indietro dell'epoca medievale;

c)      che l'area montana abitata e produttiva poteva contare su due punti di difesa territoriale (Castello di Campello e Castellone di Campello Vecchio);

d)      che, nel medioevo, l'intera area formata da ubertosi altopiani coltivabili, era del tutto autosufficiente:

1.      nel settore della produzione agricola e zootecnica;

2.      nel settore militare con l'autodifesa dalle scorrerie provenienti dall'esterno (la carente informazione documentaria sulle due torri o castelli potrebbe dipendere dal fatto che esse furono costruite per volontà propria della gente colà rifugiata e per propria difesa);

3.      nell'ambito dell'espressione religiosa della comunità (culto cattolico che si sovrappone al preesistente romano, attestandoci così una continuità sacrale del luogo avvalorata dalla successiva fondazione del monastero di S. Giovanni in Figline e del santuario di S. Maria della Civita)

e)      ulteriori approfondimenti storico-archeologici porterebbero a considerare:

1.      l'intera area di Campello come un esempio più unico che raro, tuttora facilmente recuperabile, di costituzione di un nuovo insediamento umano di necessità, verificatosi in seguito alla caduta dell'impero romano ed alle successive invasioni barbariche per sfuggire alle devastazioni che avvenivano di frequente in questi luoghi, come in altri, nell'alto medioevo;

2.      le implicazioni di carattere religioso derivanti dall'eventuale accertamento, in località Erchia, dell'esistenza di un qualche sito votivo dedicato al dio Ercole (come sembra trasparire dall'etimologia di questo antico toponimo locale) con le conseguenze che essa potrebbe offrire nell'accertamento della frequentazione abitativa altomedievale dell'esteso altopiano di Campello.

            Si fanno salvi maggiori approfondimenti, come è d'obbligo affermare in una materia come quella trattata, soggetta a imprevedibili ritrovamenti che possono portare a revisioni anche radicali delle conclusioni sopra riportate.

 

Epilogo

 

            Per una completa ricostruzione storica del passato d'Itri e dell'intera area aurunca resta aperto il problema dell'insediamento longobardo sui possessi di diritto romano.

Su questo problema s'innesta anche la questione del serpente itrano[12] trasportato da una località (itrana) sconosciuta e fabbricato nella Porta Mamurra.

Diamo per scontato che dall'anno mille fino alla seconda guerra mondiale l'assetto territoriale e, per molti versi, anche quello socio-economico, in quest'area aurunca, sia rimasto statico e privo di innovazioni strutturali ed infrastrutturali di rilievo. Soltanto le distruzioni belliche ed il successivo stravolgimento socio-culturale e la persistente fermentazione edificatoria hanno cancellato, ma soltanto in parte, l'infrastrutturazione locale che si teneva in vita fin dall'anno mille.

L'esteso territorio denominato Foresta che poi venne frazionato tra le diverse universitas pone diversi interrogativi prospettando un assetto territoriale dell'area, mille anni fa, completamente diverso da quello attuale e mai neppure lontanamente affrontato dalla ricerca storica. 

R. L. De Palma[13] ci informa, per esempio che tra il 20 ed il 22 giugno del 1491 sono inventariati a Campello ben 162 verri e verrini custoditi da tale Matteo di Amaseno che sviluppano un patrimonio suino censito di oltre quattromila unità. Questo tipo di allevamento trae forse origine dall'uso diffuso fra i longobardi di allevare proprio questi animali? Ciò spiegherebbe la grande importanza da essi attribuita ai beni collettivi (demaniali) di pascolo e selva in cui sviluppare proprio questi allevamenti.

 

Riferimenti fotografici

(Dove non è indicato, le foto sono dell’autore)

01. Itri oggi

02. Itri prima del 1953 (cartolina ediz. Tatta Genesio, Itri)

03. Itri, chiesa di Sant’Onofrio trasformata in villa (cartolina propr. M. Milana)

04. Cinta apicale fortificata longobarda sulla Forcella di Ulfarino d'Itri

05. Una delle tre feritoie visibili sul fabbricato di Ulfarino d'Itri

06. Mura sul pianoro fortificato di Ulfarino d'Itri

07. Sotterranei della cinta fortificata di Ulfarino d'Itri

08. Mura di recinzione della proprietà di Lorenzo Testa a Ulfarino d'Itri

09. Pozzo nella proprietà di Lorenzo Testa a Ulfarino d'Itri

10. Particolare del muro di recinzione della proprietà Testa a Ulfarino d'Itri

11. Spessore del muro di recinzione della proprietà Testa a Ulfarino d’Itri

12. Mura di Campello Vecchio

13. Mura di Campello Vecchio

14. Campello, ruderi della chiesa di San Pietro

15. La valle di Campolancia

16. Campolancia, muro perimetrale

17. Campolancia, abitazione rurale

18. Campolancia, particolare dell'entrata all'abitazione rurale


[1] La Medioevale Pontecorvo, Edizioni Minervadidat, Pontecorvo 1983.

[2] Arch. COSMO DI MILLA, Sul sentiero degli Aurunci, Formia, 1988 e 1993; ID. Monti Aurunci, Gaeta, 1991.

[3] C.D.C., III, 2, c. 643, a. 1283, pp. 180-181: "olivetum positum... in loco qui dicitur Le Petrelle" in cambio di "terre et montes positi... in loco qui dicti Ulfarinus, qui ab oriente finem habet cacumen montis qui nominatur Ulfarinus et terram Iohannis Cellarani, ad occidente habent terras Sancti Nicolai de Calvis...".

[4] C.D.C., III, 1, c. 467, a. 1341, pp. 98-99: "faciendam permutationem de cesa una cum olivis ipsius Tami sita in pertinentiis Itri, ubi dicitur Alfarina... cum quadam cesa ipsius Gemme sita in dictis pertinentiis, ubi dicitur Vererina".

[5] Tareni - I tereni o tari, erano monete che deriva­vano il loro nome da quello arabo di  dirhem; il tareno era di 20 acini o grani, cioè 1/30 di oncia. Il tareno di Amalfi era la quarta parte del dinar, corrispondente a un soldo d'oro bizantino e pesava poco più di 4 grammi (valore odierno di circa 72.000 lire, ponendo l'oro a 18.000 lire al grammo).

[6] C.D.C., III, 1, c. 494, a. 1363, pp. 155-56: "olivetum situm in dicto territorio, loco qui dicitur Olfarina... iuxta forcellam...".

[7] G. P. BOGNETTI, Studi sulle origini del comune rurale, Milano, 1978, p. 344

[8] Dai Longobardi vennero chiamati Arimanni (dal longobardo uomo dell'esercito) quei guerrieri che avevano avuto dal re, in luogo della paga, terre coltivate, boschi e pascoli. Dovevano però pagare tributi ed i loro terreni non potevano essere alienati. Come uomini liberi, potevano proporre le sentenze nei giudizi e si pensa che, in taluni posti, il loro ordinamento costituisse l'embrione del futuro comune libero. Le arimannie (ossia i nuclei territoriali degli arimanni) sopravvissero fino al sec. XII e, nel Friuli, fino al 1700. Con l'andar del tempo mutarono però carattere, tanto che da ultimo il termine stava a significare soltanto talune limitazioni alla vendita delle terre (Enciclopedia Motta, Milano, 1968, ad vocem).

[9] Aldi o Miti - Gli Aldi costituirono, nell'antico ordinamento germanico, una classe sociale intermedia fra i liberi e gli schiavi. L'origine dell'Aldionato è incerta. Sembra tuttavia che questo stato di semiliber­tà abbia colpito dapprima gli stranieri, i vinti, gli inabili alle armi. Tale condizione, in origine non trasmissibile, sarebbe poi divenuta ereditaria, determi­nando in tal modo la formazione di un ordine sociale. Si crede che il maggior numero di Aldi, sia derivato dalle conquiste; anche i Romani vinti dai Longobardi, furono ridotti a condizione di semiliberi, cioè liberi della persona, provvisti di una limitata capacità civile, ma completamente esclusi dall'esercizio dei diritti civili e politici. Ma al riguardo le opinioni sono molto discordi. La dipendenza degli aldi dal loro signore compren­deva tanto la propria persona quanto le terre loro affidate per cui erano soggetti a doppio tributo: uno reale per i fondi loro commessi, l'altro personale, detto aldionicia. Il padrone aveva il "mundio" (vedi alla voce) sopra di essi, ma non poteva venderli se non con la terra che coltivavano e della quale seguivano le vicende. Gli Aldi erano protetti da un "guidrigildo", sebbene assai inferiore al guidrigildo dell'uomo libero; avevano diritto ad una famiglia legittima e ad una limitata libertà. Potevano uscire dal loro stato o per manomissione o per riscatto con i propri mezzi, o per offesa ricevuta dal loro padrone. Mentre per offesa recata al loro padrone, potevano cadere nella condizione di servi.

Angararii (oppure: Angarii, Honines, Angararii, Rustici, Villani) - Erano detti angararii coloro che erano obbligati a prestare senza alcuna ricompensa, giornate di lavoro, che i Longobardi chiamavano angariae. Venivano detti Perangarii, invece, coloro che fornivano giornate di servizio, ma si corrispondeva loro il cibo. Gli Angararii costituivano la classe più numerosa e importante della signoria cassinese; era la condizione della maggior parte dei sudditi e costituivano la base della potenza economica del Monastero. Lavoravano le terre dominicali con le annuali Angariae e Perangariae, pagavano i terratici, le decime, corrispondevano i salutes e tutte le altre contribuzioni annuali e periodi­che.

Bibliografia: G. SALVIOLI, Il monachesimo occidenta­le e la sua storia economica in Rivista Italiana di Sociologia, 1911; G. I. CASSANDRO, Storia delle terre comuni e degli usi civici nell'Italia meridionale, Bari 1943; A. CARUSO, I diritti e le prerogative dei feudatari nel regno di Sicilia durante il periodo svevo, in A.S.P.N., parte I, anno XXX, n. s.(1944-1946); parte II, anno XXXII n. s. (1950-1951); L. FABIANI, La terra di San Benedetto, II, p. 308 ss.; ID. Libro VI, p.197 ss.; P. TORELLI, Lezioni di storia del diritto italiano. Diritto privato. La Famiglia, la Proprietà, le Persone, vol. III, 1947, 1948-1949; S. MOCHI-ONORY, Studi sulle origini storiche dei diritti essenziali della persona, Bologna 1937.

[10] Archivio Colonna, I, fasc. VI, n. 276.

[11] Cfr.: I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani, II, 1265-1281, Napoli 1951, p. 219.

[12] A Benevento nel 1903 nei pressi di un antico convento, vennero scoperti i resti di un tempio dedicato ad Iside, prefigurazione pagana della Madonna cristiana; fra i reperti archeologici fu scoperto anche un altarino cilindrico alto cinquanta centimetri, ornato di un crescente e di un ser­pente attorcigliato. Nell'anno 571 la città fu conquistata dai longobardi, i quali, per un bel po', del cristianesimo non vollero nemmeno sentir parlare...ed ecco i simboli della dea Iside tornare, e intrecciarsi in una leggenda destinata a millenaria fortuna: "I longobar­di ‑ leggiamo in un antico testo riferito dallo studioso Paolo Portone ‑ non lontano dalle mura di Benevento, nel corso di un giorno quasi solenne, onoravano un albero sacro, dal qua­le lasciavano pendere una pelle di serpente". Intorno all'al­bero, i barbari si scatenavano in una frenetica corsa a caval­lo e in preda all'esaltazione facevano a brandelli la pelle del serpente e se ne cibavano (Da: "Sotto lo noce di Benevento" di Massimo Jevolella; in "Meridiani - Campania", Milano, anno XI, n. 69, giugno 1998,   pp. 80-83)

[13] RITA LUISA DE PALMA, Allevamento ed economia signorile nel Quattrocento: i domini di Onorato II Gaetani d'Aragona (Regno di Napoli - Stato della Chiesa); in: Rivista Storica del Lazio, n. 1, Roma 1993, pp. 41-64.

 

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10 Particolari mura recinzione.jpg (122335 byte) 11 Spessore mura recinzione.jpg (45240 byte) 12 Mura di Campello Vecchio.jpg (72521 byte) 13 Mura di Campello Vecchio.jpg (87585 byte) 14 Ruderi chiesa San Pietro.jpg (74237 byte) 15 La valle di Campolancia.jpg (46803 byte) 16 Muro perimetrale a Campolancia.jpg (58874 byte) 17 Campolancia abitazione rurale.jpg (70981 byte) 18 Campolancia partic entr abit rur.jpg (63443 byte)

 (Questa ricerca può essere parzialmente utilizzata per uso di studio e ricerca citando la fonte: Cece Albino, Toponomastica e storia d’Itri , nel sito Internet www.visitaitri.it)    

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