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©Albino
CECE
Giornalista Pubblicista LA MADONNA
DELLA CIVITA: AMBASCIATRICE DI PACE Aurunci quale
spazio del sacro I
segni del sacro impressi nella terra aurunca la rendono simbolo visibile
dell’universalità cristiana. Mentre
Cristo rendeva lo Spirito, si squarciò la montagna di Gaeta ma ben presto la
Vergine Bruna pose la sua dimora sul monte d’Itri per offrire al mondo la
speranza della Resurrezione. Laddove
le colpe dell’umanità procurando la morte del figlio di Dio lacerarono il
Creato; là si presentò Maria quale àncora di salvezza per i naviganti della
vita. Ella
venne dall’Oriente, sua patria, per offrirsi come fondamento per un legame
nuovo tra due mondi lontani e pur vicini. Ella
venne su questo Monte per ricordare agli uomini che la morte del Figlio come
aveva sconvolto l’ordine naturale delle cose così doveva sconvolgere
l’assetto delle coscienze umane per instaurare un rapporto fraterno
universale. Ella
resta, quindi, sul Monte della “civitas Dei” col Figlio Bambino che poggia
la mano protettrice sul globo terrestre, in attesa che questi due mondi,
l’Oriente e l’Occidente, s’incontrino, si parlino, si diano una mano per
percorrere insieme la strada della vita, con lo sguardo fisso alla Gloria di
Dio. Ella
venne dall’Oriente e pose la sua dimora tra le antiche genti aurunche perché
da queste balze scoscese, tra questi dirupi solenni aperti alle profondità del
mare, lo spirito dell’uomo è disponibile a cogliere il senso della sacralità
della vita, della comune origine dell’umanità che riecheggia nel significato
nascosto del nome della stirpe. Ella
venne dall’Oriente e qui si trattenne perché nell’origine orientale di
questo antico popolo aurunco scompaia ogni conflitto di razza e possano crearsi
le condizioni di un incontro tra l’Oriente e l’Occidente. Qui
approdò Ulisse nel suo peregrinare; qui approdarono i primi uomini santi della
Chiesa appena nata in Oriente. Una
terra questa della Civita che Maria ha benedetto con la sua costante presenza ma
dalla quale attende un gesto di impegno per contribuire alla costruzione di
quell’universalità religiosa tanto agognata dal Sommo Pontefice Giovanni
Paolo II che qui venne pellegrino di pace. In
occasione del Giubileo del Millennio intendiamo offrire al Cristianesimo e
all’Islamismo l’opportunità di un incontro tra i due mondi perché si possa
intraprendere un comune cammino sotto la protezione della Madonna Bruna,
ambasciatrice di pace venuta dall’Oriente. L’antica
religiosità aurunca Il
mondo aurunco entra nella storia nel 314 a.C., cioè nel momento stesso in cui i
romani ne distrussero la civiltà. L’estensione
territoriale della dominazione aurunco-ausone, così come ci è stata tramandata
dai vincitori storici greci e romani, fu variamente indicata. L’unica
certezza che possiamo desumere dalla lettura degli antichi autori è quella
secondo la quale l’etnìa aurunca-ausone, di fronte all’aumentare della
pressione conquistatrice dei romani, restrinse gradualmente la sua influenza
fino a ridursi confinata nell’ultima sua ridotta roccaforte compresa tra la
riva destra del Garigliano fin
verso Terracina; cioè entro gli attuali limiti territoriali occupati dai
massicci degli Aurunci e degli Ausoni. La
vera battaglia nella quale si decisero le sorti dell’etnìa aurunca-ausone fu,
però, quella combattuta nel 340 a.C. (cioè 36 anni prima della sua definitiva
sconfitta per mano romana) a Trifano,
una località non ancora identificata con certezza. Al
di là del problema della sua precisa collocazione, questa località si trovava
certamente nell’attuale area aurunco-ausone “inter Sinuessam Minturnasque”,
come ci indicano gli antichi autori A
causa delle continue imprecisioni storiche che avvolgono la sorte degli ultimi
italici di stirpe ausonica e la
pressoché unica fonte storica costituita da Tito Livio, più volte accusato di
partigianeria verso il romano vincitore dagli studiosi che si sono occupati
della sua opera, non ci sembra affatto azzardato dubitare addirittura
dell’esistenza stessa di Trifano come città vera e propria. Dal punto di
vista etimologico, la parola Trifano
può avere il doppio significato di luogo
tre volte sacro oppure luogo sacro a
tre divinità... Noi affermiamo che la località Trifano non esisteva in
quanto agglomerato urbano bensì come nome racchiudente in sé diverse località,
un luogo cioè della centralità
religiosa del popolo aurunco. Infatti,
nelle lingue che hanno continuato il latino, sono sopravvissuti i continuatori
di templum, mentre è andato completamente perduto fanum,
interpretato dai primi scrittori come “tempio
pagano, luogo di perdizione”. Ci
è facile immaginare come il mondo aurunco-ausone, posto di fronte al prevalere
della forza romana, si ritirasse gradualmente fino all’estrema difesa delle
sue cose più care. E
la cosa più cara a quell’antico mondo non poteva che essere il suo spazio
sacro più importante, quello verso cui tutto il popolo rivolgeva il suo
pensiero religioso perché sede delle sue maggiori divinità. Concepiamo,
perciò, l’antico spazio sacro aurunco-ausone del territorio compreso tra
Terracina ed il Garigliano alla stessa maniera in cui oggi il cattolico
concepisce la città di Roma, l’islamico guarda a La Mecca e l’ebreo rivolge
il suo pensiero a Gerusalemme. La
religiosità mariana La
prima menzione storica della chiesa di Maria della Civita la troviamo soltanto
nel 1147 leggendo la donazione "de una petiola de terra… et de una
disertina de vinea" che il giudice e notaio Gualgano di Itri offre a questa
chiesa. Dall'atto
sappiamo che: ·
la chiesa
era stata "riedificata" dal greco Padre Riccardo, abate del monastero
di San Giovanni Evangelista in Figline, da cui essa dipendeva; ·
la chiesa
era tenuta in custodia dal frate Bartolomeo. Da
questo documento risulta evidente che se la chiesa era stata
"riedificata" da un allora (anno 1147) ancora vivente abate Riccardo
dobbiamo supporre che essa sia stata edificata in epoca anteriore non
identificabile per mancanza di qualsiasi documento storico ma che doveva,
comunque, essere tanto anteriore da rendere necessaria una sua
"riedificazione". Se
per "riedificazione" voglia intendersi un intervento parziale o totale
questo, allo stato attuale delle ricerche, non è possibile rilevarlo dagli
antichi documenti. Possiamo però individuare con qualche esattezza l'epoca di
fondazione del vicino monastero di S. Giovanni Evangelista in Figline. Nel
1036, a questo monastero veniva donato dal senatore Leone di Gaeta e dalla
consorte Letizia il vicino Casale d'Ercole. Nel documento i donanti affermano
che lo stesso monastero era stato fondato dal console Giovanni e dalla consorte
duchessa Emilia che erano rispettivamente padre e suocero dei donatori. Il
console Giovanni tenne il ducato di Gaeta dal 984 al 1008 secondo quanto afferma
il Federici anche se, forse, si potrebbe fare riferimento a qualche altro
console di tal nome; ma le concordanze con la probabile età dei donatori non
consentono di andare molto a ritroso nel tempo per la comprensibile durata media
che può avere la vita umana. Quindi,
il monastero di S. Giovanni in Figline è sicuramente anteriore al 1009, ma non
sappiamo se con "fondazione" si voglia in realtà indicare un
riconoscimento ufficiale ad un insediamento monastico già esistente oppure ad
una vera e propria edificazione del monastero di Figline; ciò in virtù del
fatto che all'epoca la chiesa era solita prendere possesso legittimo, come
diremo appresso di antichi manufatti del culto pagano o abbandonati. Resta
certo che intorno all'anno mille: ·
esisteva
un monastero di S. Giovanni Evangelista in Figline; ·
veniva
"riedificata" la chiesa già esistente di Maria della Civita. Resta
incerto quanto tempo prima dell'anno mille, questi due luoghi, l'uno di natura
monastica e l'altro più propriamente di culto, fossero già esercitati
nell'area montana di cui trattiamo. Queste
incertezze storiche di fondazione sono presenti in quasi tutti i luoghi di culto
che affondano le loro origini nella più alta antichità, sia perché essi si
sono andati formando attraverso la continua e persistente frequenza popolare,
sia perché nessuno poteva sospettare, all'origine, la persistenza millenaria di
un culto su quei luoghi, sia perché le continue guerre e devastazioni sostenute
dal territorio possono aver contribuito alla dissoluzione dei documenti di
fondazione o di quegli altri da cui poterla dedurre; non ultima anche l'incuria
umana nella conservazione delle antiche carte. Non
vi è dubbio però che la diffusione del credo cristiano in quest'area può
farsi risalire alla più alta antichità non fosse altro che per la presenza
della "Regina Viarum", della via Appia, che ne attraversa tutto il
settore pedemontano e della cui importanza quale arteria di comunicazione mi
pare fuori luogo insistere. A
questo proposito ci viene in aiuto anche la tradizione religiosa che fa risalire
l'arrivo della Sacra Effigie in questi luoghi civitani al tempo della lotta
iconoclasta. La
documentazione storica che fa risalire l'esistenza dei due luoghi di culto
intorno all'anno mille è del tutto muta fino ad oggi circa le sue condizioni
nell'epoca precedente. In
assenza della documentazione storica sull'argomento e relativa agli anni dal 500
al 1000 siamo costretti a riferirci alla tradizione religiosa
tramandata fino a noi ed a dichiararla quale verità possibile e non in
contrasto con la realtà storica, ciò deducendo dalle condizioni storicamente
conosciute di quell'epoca. Altrettanto
finora non sembra potersi affermare per il monastero di S. Giovanni Evangelista
in Figline che pare essersi dissolto nel nulla senza lasciare tracce concrete
della propria esistenza anche se afferma il padre Guanelliano Ignazio Lombardini[1]
a proposito della contrada "Figline": La contrada è una valletta amena circondata dai monti: Civita, Le Vele
Canneto e Larigno. E' in territorio di Itri. Deve il suo nome a « figlinum»
(oggetto di terra cotta). Nella parte più alta della zona ancor oggi c'è
creta; i paesani usano ancora la dizione: "campi della creta". In tempi
passati vi fabbricavano tegole, pochi anni or sono vi si voleva installare una
fabbrica di laterizi, ma si desistette dal progetto per le obiettive
difficoltà esistenti di trasporto e di accesso. Verso
il fondo della valle — oggi quasi abbandonata, ma prima coltivata diligentemente
e abitata—si estende una zona a dorso di mulo, chiamata «
campo dei
muri ». Lì esisteva il monastero benedettino,
come ne fanno fede le fondamenta, le molte mattonelle di cotto e anche i resti
umani ritrovati dai contadini quando aravano. Lì presso c'è il cosiddetto campo
di San Felice, che richiama il santo
omonimo del monastero benedettino di Fondi. Infatti,
afferma sempre il Lombardini[2]:
L'ultimo documento che si conosce riguardo
a Fellino è la Bolla "Effectum iuxta", di papa Alessandro III, del 30
marzo 1170, con la quale il Pontefice conferma alla diocesi di Gaeta il possesso
delle chiese di sua giurisdizione. Opiniamo, non senza ragioni, che il monastero
sia scomparso, travolto da una frana. E
qui emerge il problema che sempre si presenta a quanti vogliono approfondire la
conoscenza dell'altopiano aurunco: non si sono fatti mai saggi archeologici di
rilievo; non si sono mai affrontati studi approfonditi compulsando le antiche
carte ancora esistenti e mettendole a confronto col territorio; le vicende di
questa terra si continuano a narrare oralmente o attraverso i
"faticati" scritti dei monaci cassinesi o di privati cittadini
studiosi che con grandi sacrifici hanno raccolto nel passato le nostre patrie
memorie. Ma
adesso torniamo ai secoli che vanno dal 500 al 1000. Fino
al 726 - in cui ebbe inizio la lotta iconoclasta - la diffusione del credo
cristiano nelle nostre contrade aveva seguito, più o meno, lo stesso itinerario
che si era verificato per le altre zone dell'Italia centro-meridionale. Per
iconoclastìa
s'intende la distruzione delle immagini sacre. Nelle lotte che
travagliarono la Chiesa e l'Impero d'Oriente durante i sec. VIII e IX,
l'imperatore Leone III Isaurico ordinò la distruzione di tutte le immagini
sacre (726), per frenare il loro culto eccessivo da parte delle masse, ma anche
per limitare il grande potere che il clero esercitava sul popolo. L'inevitabile
conflitto con le autorità ecclesiastiche portò alla destituzione del patriarca
di Costantinopoli e a violente sollevazioni popolari seguite da durissime
repressioni. Papa Gregorio II e, più tardi, il successore Gregorio III si
opposero inflessibilmente all'iconoclastia e il conflitto costò all'Impero la
perdita di quasi tutte le province italiane. L'iconoclastia,
mentre incontrò il favore dell'esercito e delle province asiatiche, fu
violentemente contrastata nelle province europee e nella capitale e soprattutto
in Italia, dove il papato (Gregorio II e Gregorio III) alimentò l'opposizione
antibizantina, ponendo le condizioni della graduale riduzione dei domini
bizantini in Italia, per opera dei Longobardi e poi dei Franchi, all'estremo
Mezzogiorno. Nel
787 fu convocato un concilio, a Nicea, che deliberò la liceità del culto delle
immagini; tuttavia nell'815 l'imperatore Leone V Armeno riprese la lotta che durò
poi fino all'843, quando 1'imperatriee Teodora accettò finalmente i decreti
conciliari. In Oriente, i due concili dell'869 misero fine alla lotta. Si
deve inquadrare in quest'epoca la tradizione religiosa che ci racconta
dell'arrivo della Sacra Effigie sul monte Civita anche se nessuna documentazione
storica particolare ci aiuta a risolvere il mistero. La
tradizione religiosa vuole che alcuni monaci greci per salvare il quadro della
Vergine dipinto da San Luca, approdati a Gaeta, lo consegnassero all'abate di
San Giovanni Evangelista in Figline che lo espose alla venerazione dei fedeli
nella cappelletta trasformatasi poi nel corso dei secoli nel grandioso santuario
di oggi. La
tradizione religiosa della presenza di monaci greci sull'altopiano aurunco non
contrasta con la documentazione storica che andiamo raccogliendo e che
dimostrano come essi proprio intorno al mille fossero numerosi specialmente a
Pontecorvo e nel territorio di Roccaguglielma (che arrivava fino all'attuale
Campello itrano) tanto da dar vita a diversi importanti insediamenti nell'area
chiamata della "Foresta" che comprendeva il territorio che parte
appunto da Campello e raggiunge l'attuale contrada Badia di Esperia (dove scorre
un fiume indicato col nome di Forma Quesa). La
lotta iconoclasta rappresenta comunque un episodio dei contrasti sociali con i
quali si tentò di contrastare la diffusione del credo cristiano. Altri
contrasti già si erano verificati e continuavano a verificarsi nell'attuazione
della normativa favorevole ai
cristiani prevista dal Codice Teodosiano che permetteva appunto alla chiesa di
appropriarsi dei templi pagani e non sempre queste spoliazioni, in danno del
culto pagano ed in nome della nuova religione avvenivano pacificamente, come ci
raccontano o ci fanno intendere le cronache del tempo. Scrive
G. Beretta[3]
in merito alla distruzione dei templi pagani: "Tra il 390 e il 392,
l'imperatore Teodosio il Grande[4],
a suggello della sua rinnovata alleanza con il vescovo di Milano Ambrogio
‑ e attraverso di lui con tutto il mondo cattolico e il suo dio ‑,
promosse una serie di provvedimenti giuridici avversi al paganesimo con una
forza che fino a quel momento non era stata ancora mai messa in campo. Una serie
di costituzioni successive[5]
ripete e precisa divieti e sanzioni ai danni di quanti <sono macchiati
dall'errore del culto pagano>, con un'insistenza che, se da una parte
denuncia la resistenza della popolazione e del corpo amministrativo ad aderire
agli ordini dell'imperatore, non lascia però dubbi sulla determinazione
dell'imperatore a renderli esecutivi. Teofilo[6]
approfittò immediatamente di questa nuova contingenza politica: «egli ‑
racconta Sozomeno ‑ trasformò in una chiesa il tempio di Dioniso che si
trovava nella città: fattane richiesta all'imperatore, lo aveva infatti
ricevuto in dono»[7]. Anche
Socrate Scolastico[8]
insiste sulla responsabilità di Teofilo e sulla complicità dell'imperatore: «per
la sollecitudine di Teofilo ‑ scrive Socrate ‑ l'imperatore ordinò
di distruggere i templi degli elleni in Alessandria e questo avvenne per
l'impegno dello stesso Teofilo»[9]. Socrate
Scolastico che, va detto, non ha particolare simpatia per i culti pagani, non
manca però di ricordare che quello compiuto da Teofilo fu un atto riprovevole
di dominio e di umiliazione: «egli ‑ commenta ‑ fece tutto quello
che era in suo potere per recare offesa ai misteri degli elleni», e così
dopo aver deturpato i luoghi sacri, espose a ludibrio gli oggetti di culto in
essi contenuti, che per generazioni erano stati gelosamente custoditi dai
sacerdoti elleni". Per
i luoghi più vicini a noi, scrive P. D'Ottavi[10]: "Abbiamo scritto
che san Benedetto fu costretto ad allontanarsi dal sublacense sotto la spinta
del Vescovo di Treba, che agitò contro il santo il presbitero Fiorenzo, per
motivi di invidia a causa delle numerose donazioni che il santo aveva ricevuto e
che turbavano l'autorità religiosa del posto, che si vedeva nelle donazioni
preferito il santo. Che
questo sia vero è provato proprio dagli avvenimenti che sono seguiti alla fuga. San
Benedetto, infatti, fuggendo a Cassino, non si avvale o ricerca una donazione
per costruire un nuovo monastero, ma ricorre all'utilizzazione di un tempio
antico pagano e delle aree circostanti di servizio del tempio stesso, che non
era costituito certo da fondi agricoli o fondi privati, ma ricadeva nel demanio[11]
pubblico disponibile per usi religiosi. In proposito c'è da tener presente che
con l'affermazione del Cristianesimo i templi pagani, che rappresentavano pur
sempre monumenti notevoli, o per alcuni casi i soli monumenti esistenti,
furono comunque salvaguardati dalla possibile furia devastatrice dei primi
cristiani, che certamente li avrebbero voluti abbattere per eliminare le fonti
dell'idolatria, con disposizioni imperiali in forza delle quali gli antichi
monumenti religiosi, i luoghi di culto pagano, i templi[12]
dovevano essere comunque protetti con la possibilità automatica per i
cristiani di riusarli, salvaguardandoli, e destinandoli a chiese per la nuova
religione. San Benedetto, che conosceva la norma, e che non voleva più avere a
che fare con le donazioni, ricorre per questo al riuso di un tempio pagano sito
nel culmine di Monte Cassino, che era per questo demanio pubblico disponibile
per le sue esigenze". L'imperatore
Maggioriano[13]
tra il 457 e il 460 emanò disposizioni a tutela dei monumenti. Teodorico[14]
emanò editti per impedire il degrado, l'abbandono e i furti nei monumenti. Giunge
quindi a proposito qualche autorevole contributo dei tempi nostri col quale si
fa intendere come la grande platea sostruttiva della chiesa civitana potrebbe
appartenere a preesistenze edilizie romane[15] e se tale sospetto si
tramutasse in realtà con appropriate indagini archeologiche, si potrebbe
storicamente accertare il culto di Maria della Civita molto più indietro nel
tempo. Negli
ultimi trecento anni del primo millennio dell'era cristiana sull'altopiano
aurunco si assiste ad una consistente affluenza di monaci greci, colonizzatori
di queste contrade abbandonate o disorganizzate, dove la gente della piana si
rifugia per sfuggire alla ferocia
degli invasori barbari e saraceni. La presenza religiosa dei monaci greci
costituiva punto di riferimento e un centro aggregante per la gente sperduta ed
in cerca di sicurezza. Non
è un caso quindi che proprio all'apice della loro diffusione, intorno all'anno
mille, si verificano importanti donazioni in loro favore proprio a
riconoscimento della loro incisiva opera di consolidamento demografico su
un'area destinata altrimenti alla desertificazione. L'ambiente
ospitale di queste contrade contrarie alla persecutoria lotta iconoclasta e la
conoscenza delle leggi che consentivano alla chiesa di appropriarsi degli
edifici del culto pagano permisero ai monaci greci di ingrossare le proprie
presenze su questo altopiano aurunco. Basti pensare che
questi santi monaci del VI secolo
italiano sono ora cenobiti, ora eremiti. Fra i primi si nota soprattutto
Onorato il cui monastero di Fondi si popola presto di duecento monaci[16). Del
pari essi consentirono alla gente fuggiasca di trovare qui, isolata e nascosta
dai luoghi costieri e di pianura più esposti alle scorrerie degli invasori,
diversi punti di aggregazione civile e religiosa dove dissodare e produrre con
quella relativa serenità che i tempi consentivano, per tirare avanti la vita. Tutti
questi insediamenti monastici, terminata la furia iconoclasta, e, quindi, il
flusso migratorio proveniente dall'oriente, furono man mano assorbiti dai
benedettini cassinesi dopo un periodo di osservanza mista latino-orientale della
regola poiché in parte di orientali ed in parte di benedettini era formato il
personale monastico durante questo periodo intermedio. Possiamo,
quindi, confermare che, tra l'anno 726 ed il mille, la Vergine dall'Oriente
giunse sul monte Civita e che la tradizione religiosa non contrasta con la
documentazione storica; di più le antiche documentazioni storiche non ci
lasciano dire. Possiamo,
però, affermare con certezza religiosa e storica che Maria SS.ma della Civita
da mille anni è Regina di questi monti e Signora degli uomini e delle donne che
ad esso guardano con speranza di pace.
NOTA
BIBLIOGRAFICA Sulla
storia del monte Civita e del suo Santuario dedicato alla Madonna resta
fondamentale il volume di mons. Ernesto Jallonghi, La
Madonna della Civita e il suo santuario, stampato da Città di Castello nel
1916 e ristampato in copia anastatica a Latina nel 1986 a cura di Alfredo
Saccoccio che l'ha dotata di una interessante prefazione. Un
altro grosso tomo fu curato dal sacerdote dell'Opera Don Guanella Ignazio
Lombardini col "Maria della Civita!…", Casamari, 1976. Questo volume,
ormai introvabile, è una sorta di "miscellanea civitana" nella quale
si può trovare di tutto per iniziare una qualsiasi ricerca sul pio luogo e sul
territorio circostante. Infine,
nel 1996, il Centro Regionale per la Documentazione dei Beni culturali ed
Ambientali del Lazio, per i tipi della Fratelli Palombi Editore di Roma ha
pubblicato un volume di ricerche col titolo La
Madonna della Civita. Itinerari culturali nei simboli, nei linguaggi e nella
storia, nella collana editoriale "I segni del Sacro". In
campo religioso cercò l'appoggio della Chiesa e volle il cattolicesimo come
unica religione dello Stato per rinforzare l'unità dell'impero: per questo
avversò apertamente il paganesimo e nel 381, nel Concilio di Costantinopoli,
ribadì la condanna dell'arianesimo e i deliberati di Nicea. Ucciso
Graziano nel 383, Teodosio riconobbe il nuovo Augusto Magno Massimo
lasciandogli la Gallia, la Britannia e la Spagna mentre la prefettura
d'Italia, d'Africa e dell'Illirico passarono a Valentiniano II; l'impero
rimase così diviso in tre parti in un rapporto di reciproco equilibrio, che
però non durò a lungo: nel 387 Massimo si impadroniva dell'Italia e
dell'Africa, ma l'anno successivo veniva sconfitto da Teodosio a Siscia e
finiva ucciso ad Aquileia, così che Valentiniano II ebbe tutto l'Occidente. Constatata
nell'aristocrazia senatoria la persistenza di correnti favorevoli al
paganesimo tradizionale, Teodosio cercò di rendersi indipendente
dall'ingerenza della Chiesa, rifiutandosi p. es. di compiere la penitenza
impostagli da Ambrogio nel 390 per l'eccidio di Tessalonica.
Ma poi compì la penitenza e continuò ancor più decisamente nella
lotta al paganesimo: nel 391 ordinò la chiusura di tutti i templi e dichiarò
sacrilego ogni atto di paganesimo. Nel
392, a Vienne, Valentiniano II fu ucciso; Arbogaste, il magister militum che
lo stesso Teodosio gli aveva affiancato, nominò Augusto Eugenio, che raccolse
attorno a sé le superstiti correnti filopagane, ma il 6 settembre del 394
Teodosio lo affrontò e lo vinse
sul fiume Frigido (Vipacco) nelle Alpi Giulie, sconfiggendo definitivamente,
con lui, anche le ultime resistenze pagane. Rimasto
solo al vertice dell'impero, Teodosio attribuì l'Occidente al figlio Onorio,
cui affiancò il magister militum Stilicone, e l'Oriente all'altro figlio
Arcadio, cui affiancò invece il prefetto del pretorio Rufino. Ricimèro
(lat. Ricimer‑eris), generale (magister
militum e patricius) dell'Impero
romano (m. 472). Di nazione sveva, divenne onnipotente dopo aver distrutto
nelle acque della Corsica una flotta dei Vandali (456), che 1'anno precedente
avevano saccheggiato Roma. Con l'aiuto di milizie barbariche stanziate in
Italia eliminò l'imperatore d'Occidente Avito (457), lo sostituì con
Maggioriano e fu da allora l'arbitro della dignità imperiale in Occidente,
del resto ormai pressoché formale. Deposto Maggioriano, (461, elevò Severo
e, alla morte di questo, governò per un biennio (465‑467) senza
imperatore. D'accordo con Zenone, imperatore d'Oriente, riconobbe poi Antemio,
ma non tardò a ribellarglisi e, con l'appoggio dei Vandali di Genserico, lo
uccise ed elevò Olibrio (472). L'Edictum regis Theodorici consta di 154 capitoli, un prologo e un
epilogo. La tradizione lo vuole emanato da lui ma l'attribuzione non è del
tutto provata ed è tuttora oggetto di discussione. Varie ipotesi si sono
fatte circa la datazione: forse 500 e 506 o 524. Essendo andati perduti i
codici più antichi, il testo in nostro possesso si basa sull'edizione fatta
da Pithou nel 1579. Nell'Editto predominano i principi del diritto romano e
non si esclude che sia stato redatto da giuristi romani. © www.visitaitri.it |