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Progetto
e finalità
Il
Museo Demoetnoantropologico del Brigantaggio, costruito a partire dalla
trasformazione di un preesistente edificio (ex Asilo ONMI) cui sono stati
aggiunti nuovi corpi di fabbrica, è situato nella zona di completamento del
centro urbano in prossimità del basolato della vecchia Via Appia che
fiancheggia il nuovo tracciato.
L'opera rientra nei finanziamenti dei fondi strutturali CEE ob. 5B. Il
progetto architettonico e la concezione museografica sono opera dello
“Studioteca Architetti Associati” di Roma (architetti Brasiliano, Cusmai,
Grimaldi, Sardo), gli allestimenti scenografici sono opera di Carmela Spitieri.
Il progetto scientifico, inizialmente concepito dal dott. Mauro Geraci, è stato
ideato dal prof. Vincenzo Padiglione che ha curato anche l’allestimento e ha
dato al museo un indirizzo, che lo stesso descrive in modo dettagliato in una
brochure disponibile per i visitatori presso il museo:
“Il museo del brigantaggio di Itri si presenta con una duplice identità:
come Museo – luogo di conoscenza, conservazione e valorizzazione del
patrimonio documentario – e come Memorial – luogo di dolore e di ricordi
verso quanti nel passato, perché vinti, hanno subito la dannazione della
memoria.
Briganti
del Basso Lazio e ragioni culturali
Il percorso espositivo intende far
riflettere il visitatore sulla nascita e sulla fortuna, nazionale e locale, di
un’etichetta “Brigante”. Mette in mostra, grazie a scenografie concettuali
e paesaggi storiografici, pannelli collage e istallazioni visuali, le
interpretazioni del brigantaggio: sia quelle che lo hanno istituito come
fenomeno specifico sia quelle che ne hanno rivisitato e dilatato il senso,
contrapposta la valenza. Ragioni della repressione come del fascino, dello
sterminio come del recupero, vengono mostrate evocando la dinamica storica e la
risonanza culturale, reiscrivendole cioè in pratiche militari di conquista, in
tecnologie e strategie di comunicazione, in politiche locali di
patrimonializzazione.
Il
percorso si articola in tre sezioni (Ragioni della Storia, Ragioni di Mito,
Ragioni del Luogo) che, pur mettendo in sequenza cronologica le fonti emerse sul
tema del brigantaggio, si curano maggiormente di evidenziare l’orizzonte
culturale nel quale esse acquistano leggibilità e parzialità.
Nella
prima sezione vengono presentate le giustificazioni che per circa cento anni –
dalla fine del XVIII secolo alla fine del secolo successivo – resero legittima
la repressione dei briganti. Nei confronti di questi uomini e di queste donne fu
condotta una persecuzione spietata, spesso al di fuori della legge. Il tributo
di sangue fu incredibilmente alto.
“Il
brigante impersona il ribelle, l’eroe tragico, il personaggio pittoresco”.
“il brigante è uno di noi, un guerrigliero che
ha difeso il suo paese, la sua patria. Rappresenta un patrimonio di storie di
cui riappropriarsi”.
Nella
terza sezione il visitatore incontra un’ulteriore interpretazione del
brigantaggio. Lo scenario espositivo segnala la rilevante e crescente presenza
di scritture e iniziative locali. Ci si accosta al brigante per riappropriarsi
della sua storia in quanto risorsa, patrimonio della zona: per rivendicare, cioè,
del brigante l’appartenenza comune, la lealtà mostrata ad una cultura locale,
ad una terra. “Terra di Briganti”; quella localizzazione, che agli inizi
dell’Ottocento costituiva un marchio di infamia, diviene ormai, in uno
scenario concettuale radicalmente mutato, un segno forte che la storia ha
lasciato nella zona, una traccia della memoria da recuperare, un “bene
culturale” da valorizzare per turisti e nuove generazioni. In tal modo alla
fine del percorso il museo stesso diviene parte ed esito riflessivo della
dinamica storico culturale narrata.
Queste
le caratteristiche e i dati essenziali della nuova struttura che il Comune
d’Itri è riuscito, tramite i finanziamenti CEE, a realizzare. La scelta
culturale è parsa obbligata. Far conoscere tramite il museo, uno degli aspetti
che caratterizzò la vita della città e del meridione d’Italia, nel periodo
che va dal 1798 fino al 1870, periodo entro il quale il fenomeno del
brigantaggio si verificò.
Il Brigantaggio
a Itri e nel Lazio
Già nel XVI sec. il brigantaggio ha dato un
gran da fare ad Itri; infatti, Il bandito Marco Sciarra, proveniente
dall’Abruzzo, dove possedeva un castello, scorrazzò per queste zone associato
ad un altro delinquente, tale Angelo Ferro. Sciarra disponeva di un piccolo
esercito valutato in circa mille uomini, tra le sue imprese spicca quella
avvenuta a Fondi dove mise a ferro e fuoco il castello Acquaviva. Il Ferro, si
dice, dovette ritenersi un miracolato perché per intercessione della
Madonna della Civita, smise l'attività malavitosa e si arruolò nelle file di
Filippo II impegnato a combattere nelle Fiandre. Marco Sciarra continuò invece
a razziare e ad uccidere nelle zone che oggi vanno dal sud pontino fino
alla penisola sorrentina. Si stabilì ad Itri nel 1592, pose il suo quartier
generale nel castello che domina la città, taglieggiando i viaggiatori che
transitavano per la Via Appia. Il più illustre tra questi fu Torquato Tasso,
riconosciuto dal bandito si racconta, fu fatto proseguire senza che gli fosse
recato danno.
Il 15 febbraio 1798 nasceva la Repubblica Romana, ma
un certo malessere serpeggiava tra la popolazione laziale che non gradiva
l’avvento dei nuovi padroni. Non passò molto che si verificarono focolai di
rivolta contro le nuove leggi della neonata Repubblica; una rivolta che cagionò
diecine di morti. La repressione da parte dell’esercito francese fu durissima,
iniziò da Roma e si estese alle zone del frusinate fino ad arrivare in Terra di
Lavoro. Furono trucidati centinaia di persone e dei loro corpi fu fatto scempio.
Il 18 gennaio del 1799 Itri fu teatro dell’uccisione di sessanta dei suoi
figli, tra questi Francesco Pezza padre di Michele, alias Fra
Diavolo; il paese in questa circostanza subì saccheggi e violenze, fu messa a
fuoco, molti perirono tra le mura delle loro case impossibilitati a fuggire. Gli
atti di morte di quel periodo si trovano trascritti presso le parrocchie di
S.Maria in Piazza Annunziata e in quella di S. Michele Arcangelo ubicata nel
centro storico d’Itri.
La causa "Sanfedista" capeggiata
dal cardinale Ruffo animò le popolazioni del sud per cacciare gli invasori da
quelle terre. Rispondendo all’appello di Ruffo, si
arruolarono bande di disperati e capi massa d'ogni sorta, in Calabria come in
Basilicata, decisi a ricacciare i francesi e a riportare sul trono di Napoli
Ferdinando IV. La Campania non rimase estranea agli avvenimenti e in
particolar modo la Terra di Lavoro (Caserta). Qui stabilì il quartier generale
Michele Pezza, al secolo Fra’ Diavolo, personaggio che si discosta dalla
figura tradizionale brigante. Fu accusato di due omicidi, le cause che lo
avevano spinto alla macchia, nulla avevano a che vedere con il brigantaggio.Fu
solo per amore che dovette vivere nascosto per qualche tempo, prima di essere
graziato e arruolato come regolare nell’esercito borbonico. Di quel periodo
non vi è traccia di sue azioni banditesche nei rapporti di polizia.
In questo volume ho riportato in modo più dettagliato notizie sulla vita
del più famoso "chef de brigands" com’era chiamato da Giuseppe
Bonaparte re di Napoli, pur rivestendo i gradi di colonnello dell’esercito
borbonico. Non fu da meno Pietro Colletta (storico e politico) ufficiale
borbonico, esonerato dall'incarico perché aderì alla Repubblica Napoletana.
Nelle pagine del periodico bi-settimanale il "Monitore Napoletano",
organo ufficiale della Repubblica, fondato da Eleonora Fonseca, pubblicato nel
periodo febbraio-giugno '99, è definito: "Assassino,
capo di assassini, infame e colpevole".
Agli
inizi ci fu un movimento insurrezionale contro i francesi per i massacri che si
verificarono in Campania e Basilicata dove le truppe napoleoniche uccisero,
depredarono tutto ciò che aveva un minimo di valore, profanarono luoghi sacri
cari alla gente. Fu reso legale poi, dal movimento "Sanfedista", che
travolse la breve esistenza della "Repubblica Napoletana". Anche
in quell’occasione, si verificarono massacri ed uccisioni di francesi e loro
simpatizzanti. La "Restaurazione", diede una parvenza di legalità a
banditi, che si resero colpevoli dei più efferati delitti; giustizieri in
proprio, in una situazione politica di difficile interpretazione.
Ma i francesi ritornarono nuovamente a Napoli, prima con il re Giuseppe
Bonaparte e successivamente nel 1808 con Gioacchino Murat. In quel periodo bande
di briganti si attestarono tra i monti del basso Lazio. La zona che andava tra
"Portella e l'Epitaffio", considerata "terra di
nessuno", divenne il luogo preferito dei briganti che passavano con facilità
da uno stato all'altro sfuggendo ai rispettivi gendarmi. Il confino dello Stato
Pontificio risaliva all'anno 1000, come è riportato nella Bolla di Papa
Silvestro II, al secolo Gerberto di Aurillac. Il fortilizio dell’Epitaffio è
così chiamato per una lapide fatta apporre dal viceré di Napoli Perafan de
Ribera, nel 1568; era un invito rivolto ai viaggiatori che entravano nel Regno i
Napoli a comportarsi in modo amichevole. Portella, la cui costruzione risale al
1500, era inizialmente di modeste proporzioni, successivamente fu fatta ampliare
dal Ministro Cubon nel periodo dell'invasione francese; era composta da un
rifugio per la guarnigione ed un muro che prolungava su per la montagna per
impedire lo sconfinamento. Così fino al 2 gennaio 1929 segnò il confine tra il
Lazio e la Campania.
Sono
opportune alcune notizie su questi due luoghi che ebbero un'importanza
strategica per l'attività brigantesca nel periodo che va dal 1808 al 1825. Qui
spadroneggiarono: Gasbarrone di Sonnino, Massaroni e Varrone di Vallecorsa ma
non mancano altri nomi tristemente famosi di capibanda, non inferiori per
ferocia, non mancano. Da ricordare la generosa donazione del re di Napoli,
Gioacchino Murat, ad Itri nel 1810 dell'omonima fontana posta all’inizio di
Via C. Farnese che porta al Santuario della Civita e prosegue per Ceprano. Nello
stesso anno Murat fece pubblicare un elenco di trentamila banditi.
Alla fine
del 1825, si verifica dalle nostre parti un “avvenimento straordinario”,
il terribile brigante Mezzapenta (Macaro Michelangelo) che associava le sue
azioni a quelle di Gasbarrone, fu avvicinato da quattro canonici di Fondi, don
N.Nanni, don G.D'Ettorre, don F. Padula e don O. Costanzo, i quali lo convinsero
ad abbandonare quella vita sanguinaria. Mezzapenta fece penitenza e con altri
componenti la sua banda, di Fondi e Monticelli (Monte S. Biagio), si recò il 27
di ottobre al Santuario della Civita per deporre le armi ai piedi della Madonna.
Dopo aver sentito messa, fu condotto a Gaeta con gli altri briganti per
essere trasferito al carcere di Pantelleria. Il 19 settembre del 1929, anche
Mons. Pietro Pellegrini, in un'altra chiesa La Madonna della Pietà, posta
su un monte di Sonnino, convinceva Antonio Gasbarrone e la sua banda a deporre
le armi.
Il
Brigantaggio post risorgimentale
Il
brigantaggio post risorgimentale iniziato nel 1860 storicamente si è concluso
alla fine del 1865, anche se rigurgiti si ebbero fino al 1870. Giuseppe Miozzi,
però, nel volume "I carabinieri nella repressione del brigantaggio - ed.
Funghi-1923-Firenze", divide quel periodo in due parti: "[...]
fino al 1863 il brigantaggio
politico, quello di delinquenza ordinaria fino al 1870".
Il
brigantaggio successivo all’Unità d’Italia è considerato da alcuni storici
come movimento di lotta sociale. La vendita dei terreni del demanio ai
benestanti in parte del nord, unica risorsa dei contadini del sud, influì ad
aggravare il malcontento dei meno abbienti. La delusione fu tanta per coloro che
avevano riposto fiducia nell’impresa garibaldina di poter occupare le terre
demaniali. Si creò una situazione di malcontento della gente del sud, sul quale
pesava anche la crisi economica dello Stato Sabaudo. Il pagamento di nuove
tasse, quasi triplicate, rispetto a quelle imposte dai Borboni spinsero i più
violenti tra i contadini a ribellarsi. La leva militare obbligatoria portò
tanti a fuggire sui monti per sottrarsi all’obbligo di legge. Ci furono
sindaci che, già fedeli ai Borboni, sposarono subito la nuova causa liberale.
Questi commisero degli eccessi di cui uno si verificò dalle nostre parti ai
danni di Giuseppe Conte, reazionario di Fondi, filo borbonico, perseguitato dal
Sindaco Giuseppe Amante. Dario Lo Sordo, attento studioso del personaggio,
autore di due saggi sul Conte, narra che questi finì alla macchia per
l'atteggiamento persecutorio posto in essere dal primo cittadino fondano:
" Alla famiglia Conte fece bruciare le messi, uccidere il bestiame,
incarcerare familiari ed amici.” Narra ancora che: " La sua banda
era composta da ex soldati borbonici, di contadini e si nominò capo e si diede
a girare per la selva di Fondi, per i monti [...] Non fece parte della
"Brigata volontari" costituita in Itri, composta di circa 1600 uomini
e 40 cannoni, affidata al colonnello Teodoro Klitsche de Legrange, attestata nei
dintorni di S. Germano".
Il Conte per la sua attività reazionaria fece uccidere tre sequestrati, su
ordine del Comitato Borbonico di Terracina, li fece decapitare dai suoi uomini,
benché i familiari avessero pagato il riscatto. […] "Per ordine del Comitato Borbonico di Roma quelli vanno ammazzati e le
loro teste esposte al pubblico"
disse ai suoi uomini. Le teste furono successivamente trovate lungo la Via Appia
tra Itri e Fondi, sul ponte romano con tre cartelli con la scritta"Uccisi perché nemici della religione e del legittimo re".
Queste
notizie sono frutto di meticolose ricerche che il Lo Sordo, studioso del
brigantaggio locale (M.S. Biagio-Fondi), ha effettuato negli archivi dei comuni
pontini e del frusinate e negli archivi di Stato. Il Conte come risulta dai
documenti ritrovati, il Conte era tenuto in gran considerazione dalle Autorità
Pontificie, le quali, dopo l’arresto ne chiesero l’immediata
estradizione.Tutto questo avveniva nelle nostre zone dopo la caduta di Gaeta,
avvenuta il 14 febbraio del 1861 con Francesco II che si rifugiò a Roma.
E’ di quel periodo una disperata lotta dei
contadini del mezzogiorno. La guerriglia sfociò in atti di brigantaggio;
l’appropriarsi di beni altrui (benestanti) era una forma di rivincita verso lo
Stato Unitario di cui i meridionali erano delusi; a nulla valsero i suggerimenti
espressi dalla commissione parlamentare d’inchiesta nel 1863, che riconosceva
il malessere e le sue fonti. Con
l'aiuto del clero, i Borboni, cercarono di trasformare il brigantaggio in una
generale insurrezione legittimista, per la riconquista del Regno di Napoli.
Un proclama
di re Ferdinando II che incitava a combattere
contro i piemontesi diede i suoi frutti. Gli insorti furono riforniti dal
Comitato borbonico di Roma di armi, viveri, denaro; diversi generali, francesi e
spagnoli li addestrarono nella guerriglia. Si costituirono bande con a capo
briganti passati alla storia per il loro atteggiamento sanguinario come: Crocco,
Schiavone, Caruso, Masini, "Ninco-Nanco", Tortora.
Il
Cardinali nella sua opera in due volumi, "I Briganti e la Corte
Pontificia", pubblicata nel 1862 (in tempo reale), riporta dei capi banda
sopra citati uno stralcio della Commissione per il brigantaggio meridionale
istituita dal Parlamento Italiano. Per evitare che[...] non
sieno già le parole mie incomposte e che debbono risentire de' vizi di una
opera istorica contemporanea; ma sibbene le indagini autorevoli praticate dalla
commissione[...] pag. 433, <<Alcuni nomi de' capi vengono segnalati per dimostrare la origine facinorosa de'
briganti ed escludere il brigantaggio politico che tutt'al più vive in Roma ne'
suoi dirigitori:>>
<<
Caruso di Torre Maggiore, era un pastore del principe di Sansevero; sostenuto in
carcere per delitti comuni, ebbe agio di scappare e si diede in campagna. Ninco
Nanco è un miserabile contadino di Avigliano, il quale custodiva private
proprietà nel bosco di Lagopesole: fu condannato nel 1856 per omicidio, scappò
dalle carceri nel 1860; andò a Napoli a presentarsi al generale Garibaldi; gli
fu ingiunto di tornare in paese, ed allora si diede in campagna. Crocco, nativo
di Rionero, era un vaccaro: fece parte dell'esercito borbonico; perseguitato
dalla giustizia prima del 1860, in quel tempo si ebbe il torto di ammetterlo
nelle file degl'insorti per la causa della libertà, e sperava l'impunità; ma
quando seppe che gli spiccava contro il mandato di cattura, si diede a fare il
reazionario ed il brigante. Arrestato e tradotto nelle carceri di Cerignola trovò
mezzo di fuggire...Tortora, di Ripacandida, è uno sbandato >>.
La legge Pica, dello stesso
anno e norme successive, diedero la possibilità
ai gen.li Cialdini e
Pallavicini di sconfiggere il brigantaggio, adottando nel contempo, una
repressione con metodi polizieschi, non solo contro i briganti, ma contro
manutengoli e verso chiunque avesse avuto contatti anche indiretti con
loro.
Secondo i dati ufficiali i briganti uccisi in combattimento o passati per le
armi al 31 dicembre 1865 furono 5212, quelli che si costituirono o arrestati
circa 8500. Nel solo periodo 1° giugno -1861/31 dicembre 1865 furono fucilati o
uccisi 14.000 briganti; spesso dei loro corpi, dopo essere stati torturati,
veniva fatto scempio. Stessa sorte toccava alle brigantesse dopo aver subito
violenze e torture.
La cospirazione dei Borboni
era definitivamente fallita. I reazionari persero aiuti e protezione, le bande
imperversarono a loro piacimento senza più freni inibitori. Il popolo da sempre
filo-borbonico, disorientato, poco capiva gli avvenimenti epocali che stava
attraversando l'Italia. E’ vero che aveva visto nel movimento anti Sabaudo un
barlume di speranza ma alla fine si rivoltò contro le stesse bande,
considerando capi e componenti dei comuni delinquenti e contribuendo ad aiutare
con delazioni la repressione che dalle nostre parti era comandata dal generale
Govoni. Le vittime tra la popolazione furono tantissime. Alla fine, anche se a
caro prezzo l’ordine fu ristabilito.
In
quel periodo gli itrani alla macchia erano
tanti, il comune, pose una taglia di 3000 lire e una pensione di 300 lire sul
capo brigante Pasquale D’Alena. Taglia e vitalizio, per l'entità della somma,
danno l'idea della ferocia di questo capo banda.
Il
Miozzi racconta che l'unico a rimetterci, in tutti i sensi, fu il Pecchia al
quale il brigante Garofalo, benché immobilizzato, staccò il naso con un morso
mentre lo incrociava. Non solo il naso ci rimise ma, racconta il Col. Palmaccio
biografo del Bonelli, il Pecchia fu arrestato per ordine del Pretore di Fondi,
fu sospeso il pagamento in suo favore della taglia di tremila lire che pendeva
sulla testa del brigante per l’avvenuta cattura. Quale fu il motivo di tanto?
Il Palmaccio afferma che il Pretore fosse geloso del sindaco per la cattura del
Garofalo e lo colpì indirettamente arrestando il suo confidente.
Il
Bonelli non accettò la situazione creatasi dando le dimissioni da primo
cittadino. Il Gen.le Pallavicini che comandava le truppe per la repressione del
brigantaggio, a conoscenza del valore del sindaco e della sua preziosa
collaborazione, intervenne in prima persona con una lettera datata 8 maggio
1869: [...] << non posso
che deplorare come per un malinteso debbasi privare un paese di un così
distinto funzionario >>. Il
sindaco ritirò le dimissioni solo dopo la scarcerazione del Pecchia. Bonelli
difese il buon nome d’Itri anche quando le autorità cercarono di chiudere il
Santuario della Civita perché, si disse, rifugio di briganti. Una figura
certamente di primo piano, nella storia itrana. Le onorificenze non mancarono
per lui: due medaglie al valor civile e l'ordine di Cavaliere dei SS. Maurizio e
Lazzàro. In verità poca cosa, per quello che aveva fatto per la sua terra. Il
XX settembre 1870, i bersaglieri entrarono a Porta Pia, il sogno di Francesco II di riconquistare il trono era svanito; lui partì per la Francia e Pio IX si
ritirò nei palazzi vaticani. Roma era italiana e di lì a poco
capitale, il sogno di Cavour si era realizzato. Il prezzo pagato in vite
umane dalla gente del sud era stato altissimo. Il divario tra nord e sud
dell'Italia, per le scelte economiche dallo stato sabaudo, è ancora notevole.
Personaggi, avvenimenti, storie, storia. Un periodo burrascoso e tragico che
coinvolse Itri. Non manca niente per ripartire da questa città e andare
indietro nel tempo; anche con la memoria, a quando le mamme evocavano, per
impaurire i figli, Mammone o paragonarli per certi spavaldi atteggiamenti
, a Gasbarrone dopo tanti anni dalla fine del brigantaggio. L'Amministrazione
comunale può essere soddisfatta. Il "Museo Demoetnoantropologico del
Brigantaggio" è ottimamente dotato di materiale e documenti interessanti. Il museo
allestito dal prof. Vincenzo Padiglione, attuale direttore, richiamerà
certo, storici, cultori, semplici curiosi interessati ad ampliare le proprie
conoscenze su un fenomeno, di reazione prima, brigantaggio e delinquenza comune
poi, che ha caratterizzato questa parte del mezzogiorno d'Italia.
Una serie di incisioni che Luigi Rossini, valente incisore (1790-1857), fece visitando proprio le zone di cui abbiamo parlato. Risalgono alla metà dell'ottocento; il periodo in cui il brigantaggio comune imperversava tra gli Ausoni e gli Aurunci.(Latina Turismo-EPT n.11/1976)
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| L'Epitaffio tra Terracina e M.S.Biagio | Itri - Porta Mamurra | Fondi - Chiesa di S. Maria | Formia - Fontana S. Remigio | Cisterna - Il portico della posta | Portella - Confine dello Stato Borbonico |
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| Briganti sorpresi dalle forze di repressione | Gasbarrone, la sua banda con pastori | Scontro a fuoco a Monticelli | Briganti ad un abbeveratoio | Legge Pica |
Taglia Garofalo |
Le quattro incisioni di A. e B. Pinelli e il manifesto legge Pica da ( Briganti sugli Ausoni di E.Lisetti-G.Rispoli), la taglia Garofalo da "Le fonti del Brigantaggio! di Dario Lo Sordo; testi in bibliografia.
©Pino(Giuseppe) Pecchia