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Con il mare negli
occhi
di
Franco Sepe
Benché con voce ancora robusta a parole si esprimeva poco in quel
nostro ultimo incontro presso la sua amata Sperlonga, amata quasi quanto
la mitica Calabria, dove ora riposano le sue ceneri. Ed era triste
constatare come un conversatore di rango come lui avesse dovuto arrendersi
alla malattia e agli anni - i quali però, per sua e altrui fortuna,
avevano intaccato soltanto il fisico, un tempo appartenuto ad un atleta,
lasciando al pensiero, in quelle sue osservazioni divenute sempre più
rare, lo scatto perspicace e l'immancabile ironia.

Raf Vallone
insieme a Vittorio Gassman in Riso amaro di Giuseppe de Santis
(Italia, 1948)
Aveva il mare negli occhi, come taluni pescatori del sud il cui volto
brunito dal sole fa rifulgere, per contrasto, dalle trasparenze azzurrine
l'essenza inafferrabile della profondità. È questa l'immagine che in sua
assenza, un'assenza senza possibilità di revoca, amo conservare di Raf.
Un'immagine che, almeno nel ricordo, e nella mia percezione fortemente
influenzata dai luoghi fisici - per lui e Giuseppe De Santis una maniera
ciociara (o un ciociarismo di maniera), e un modo di essere di certa
poetica neorealistica, per me un potente richiamo alle origini, che sono
le medesime del regista - ricompone le due metà vittoriose del
personaggio: il volto e l'aspetto da popolano (dal pastore di Non c'è
pace tra gli ulivi allo scaricatore di porto di Uno sguardo dal
ponte) eppure dietro, ben celato, l'intellettuale che prima della
notorietà artistica aveva dato abbondantemente prova delle sue capacità
professionali, curando ad esempio in maniera impeccabile e con forte
spirito innovativo, tra il '46 e il '48, la pagina culturale dell'Unità.
Attività a sua volta preceduta dal mestiere del calciatore, sorta di
lavoro nei campi dove lo sport sostituisce l'aratro ma non la rudezza, e
che l'agonismo spinge verso l'affermazione e il farsi idolo, propri del
divismo, che non a caso arriverà con il cinema.
E certo è stato il cinema a magnificare le doti di questa superba
personalità, già formatasi alla scuola di grandi ingegni quali Mario
Fubini e Luigi Einaudi, all'antifascismo militante e all'attivismo
partigiano, che per poco non gli costarono la pelle; è stato il cinema a
fare di lui nel dopoguerra la prima star italiana internazionalmente
riconosciuta; ma è stato anche quello stesso cinema ad adombrare
ingiustamente, presso il grande pubblico, meriti e qualità che emergono,
in maniera sbalorditiva, dalle memorie dell'uomo apparse in volume appena
un anno fa.
Se infatti, tralasciando le impressioni con cui esordivo, rivado al
nostro primo colloquio avvenuto una ventina circa d'anni fa, mi torna in
mente un'affermazione con cui, lamentando il fatto di essere stato in
epoca neorealistica "letteralmente fagocitato dal cinema", aveva
preso le difese del teatro, sua "vera grande passione". E
confesso che la cosa mi stupì non poco, benché proprio in quei giorni
avessi letto sui giornali della "prima" al Piccolo di Milano,
protagonista Raf Vallone, di Nostalgia di Franz Jung, per la regia
di Klaus Michael Grüber. Ma come me, specialisti a parte, quanti sapevano
delle sue grandi prove - delle quali, come per tanto teatro del passato,
restano pochi filmati; quanti sapevano delle sue regie teatrali e
operistiche, delle sue traduzioni di poesie nonché di drammi (da
Shakespeare a Miller) da lui stesso interpretati, dei manoscritti ricevuti
in dono da Sartre e Camus, e della pièce che quest'ultimo, se l'incidente
non ne avesse troncato l'ancora giovane vita, stava per scrivere "su
misura" per lui?
Per questo ed altro, oggi posso senz'altro dire che aver conosciuto e
fatto amicizia con Raf Vallone, l'aver potuto avvicinare la sua immensa
esperienza di uomo e artista, è stato per me un raro e irripetibile
regalo. Ma soprattutto un insegnamento, nella testimonianza di uno dei
grandi protagonisti del Novecento, appresa una volta tanto dalla vita
stessa e non dai libri.
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R. Vallone
Alfabeto della memoria
a cura di F. Sepe,
prefazione di C. Lizzani
Roma, Gremese, 2001
pp. 160, euro 12,91
isbn 88-8440-059-7

Raf Vallone in
Non c'è pace tra gli ulivi di G. De Santis (Italia, 1949)

Il giovane Raf Vallone agli esordi della sua carriera calcistica,
abbandonata dopo la stagione 1939-39 giocata nella prima squadra del
Torino
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