visitaitri.it

La
Civita di Itri crocevia dall’Oriente
Il monastero di San Giovanni in Felline era uno scriptorium bizantino.
Confermata l’origine orientale dell’Immagine della Madonna
di
Albino
Cece
Come è noto a tutti gli storici locali ed a quanti si interessano in qualche modo alla storia del santuario della Madonna della Civita di Itri, questo ebbe origine da una cappella che nel 1036 veniva “ricostruita” dall’abate del vicino monastero di S. Giovanni Apostolo ed Evangelista in Figline, oggi non più esistente.
Secondo la tradizione in quella cappella si conservava e venerava una Immagine della S. Vergine miracolosamente qui giunta da Costantinopoli ed altrettanto miracolosamente ritrovata da un pastore del luogo che vi eresse, in epoca precedente e non conosciuta, la cappella medesima[1].
Oggi si viene a sapere che questo monastero in Felline di Itri fu uno scriptorium bizantino, un luogo cioè dove i monaci trascrivevano gli antichi codici greci.
Dobbiamo questa importante acquisizione storica – che porta nuova luce anche sulla fondazione del santuario itrano della Madonna della Civita - alle ricerche certosine del prof. Luigi Cardi di Gaeta e del monaco Mariano Dell’Omo, storico dell’Ordine Cassinese.
Questa novità sarebbe passata sotto un colposo silenzio se l’amico prof. Cardi non ce lo avesse fatto notare in occasione della pubblicazione di un nostro modesto contributo alla storia di Itri e di questo lo ringraziamo.
Questo è il condensato delle nuove ricerche.
Il monaco Dell’Omo nel suo volume sugli insediamenti monastici nella diocesi di Gaeta riferisce dello storico Hoffmann che ha identificato l’amanuense del codice vaticano greco 2020 (dell’anno 993) in un Ciriaco o melaios; questi , infatti, dichiara al termine del manoscritto di averne completato la copia “nel sacro monastero chiamato Fellino della città di Capua”. Gli studiosi avevano così incominciato a tentare la localizzazione di questo monastero. Di un monastero con questo titolo in tenimento di Capua non è stata trovata, però, alcuna traccia e gli studi sono continuati fino a quando il prof. Cavallo non ha deciso di andarsi a rileggere personalmente il codice vaticano greco 2020.
E di questa nuova e più approfondita consultazione dell’originale si dà conto nel prezioso volume “Pio IX a Gaeta” curato dal prof. Luigi Cardi[2].
In una nota della relazione al convegno gaetano dello stesso monaco cassinese Dell’Omo viene riportata la nuova interpretazione testuale del lacunoso codice vaticano effettuata dal prof. G. Cavallo che, a differenza dell’Hoffmann, legge il nome di Gaeta al posto di Capua. Poiché, quindi, a Gaeta e nei dintorni esisteva soltanto questo monastero itrano col titolo “in Felline”, la conclusione è stata evidente.
La novità importante di questo risultato orienta gli studiosi a ritenere di grande importanza il monastero itrano di San Giovanni in Felline considerandolo come uno dei crocevia del trasferimento culturale da oriente ad occidente da prima dell’anno mille e forse in epoca coeva se non anteriore allo stesso Montecassino.
Non meno importante è la conferma dell’origine orientale dell’Immagine della Madonna della Civita al di là della leggenda di cui viene così storicamente confermata la verità.
Cominciano a prendere corpo, quindi, nuove ipotesi sulle origini del santuario della Madonna della Civita che non collimano, purtroppo, (e ce ne dispiace assai) con le conclusioni frettolose cui è giunto il sac. D’Onorio De Meo nel suo recente ponderoso testo “La Madonna e il Santuario della Civita” (Itri, 2002) che sposta dal 1147 al 1036 la prima citazione storica del santuario per una lettura frettolosa del Codex Diplomaticus Cajetanus e scambiando per documento originale del C.D.C. una nota apposta ad esso e ripresa da un appunto dell’abate cassinese Gattola. Non è infatti questo documento gaetano che fa arretrare e di molti anni la fondazione del santuario della Civita bensì la rilettura del codice vaticano greco.
Questa recente acquisizione operata dal prof. Cavallo ci pone almeno quattro nuovi argomenti che dovrebbero essere attentamente approfonditi per lo studio della diffusione del primo cristianesimo sugli Aurunci e sugli insediamenti umani sorti in quest’area in rapporto alla caduta dell’impero romano d’occidente.
Il primo riguarda la certificazione del fatto che il monastero di S. Giovanni Apostolo ed Evangelista in Figline fu veramente edificato da monaci di rito bizantino e, quindi, la sua fondazione potrebbe risalire ai tempi della prima evangelizzazione della penisola ad opera dei primi missionari greci.
Il
secondo riguarda il toponimo Civita
già da noi ampiamente esaminato nella nostra ricerca sulla toponomastica
itrana. Così infatti scrivevamo: “Civita
deriva dal latino civitas, astratto da civis,
cittadino; in origine questa voce significa sia il diritto
del cittadino, sia la cittadinanza
e non ha il valore di un agglomerato urbano ma quello dell'esistenza obiettiva
di una comunità rispetto al pagus;
quest'ultimo è una unità amministrativa ma non possiede quell'accentramento
urbano che è tipico, invece, della civitas.
Nella
toponomastica dell'Italia centrale, dove è situato il luogo, il nome Civita
si riferisce ad abitati sorti su monti e colli e, secondo il Giustiniani, sono
siti in cui si vedono quasi sempre avanzi
d'antiche fabbriche.
In
quest'area, quindi, l'appellativo si origina nel momento in cui la gente
s'accorge dell'esistenza colà di antiche fabbriche che - supponiamo con buona
approssimazione - vengano poi sfruttate per l'edificazione della chiesa della
Civita e delle opere annesse”, essendo i missionari greci molto sensibili ad
avvalersi proprio di specifiche disposizioni del codice di Giustianiano,
imperatore d’Oriente, che consentono ai cristiani di acquisire al proprio
culto le dimesse fabbriche usate per i culti pagani o, comunque, abbandonate[3].
Il terzo problema riguarda l’altro toponimo Agia o Agie citato nel Codex Diplomaticus Cajetanus. Già riportammo nelle nostre ricerche toponomastiche: “Nel 1147, Gualguano, giudice e notaio di Itri, con la moglie Sikelgarda, dona[4] alla chiesa "che viene detta della Civita oppure con altro nome de Agie... un pezzetto di terra che è situata in Agie".
Il 20 marzo 1379, l'arciprete ed i canonici di S. Angelo di Itri, per la somma a tal fine lasciata in testamento da d. Maria di Giovanni Corvo, concedono al notaio Nicola di Guglielmo Corvo e a Francesco di Nicola di Pietro Corvo un luogo con sepoltura nella loro chiesa, perché possano farvi edificare un altare o una cappella, a cui viene anche assegnata una dotazione[5] che comprende la donazione di una "altra proprietà con alberi di olive situata nel luogo detto Agia... ed una vigna sita nel luogo detto Agia".
E qui sembra chiaro adesso il riferimento alla chiesa di Costantinopoli di Hagia Sophia. Santa Sofia è il monumento più importante e famoso di Istanbul (Costantinopoli), il gioiello non solo dell’età giustinianea ma di tutta l’architettura bizantina. Fu chiesa per 916 anni, moschea per altri 482; sconsacrata per ordine di Atatürk oggi è museo. Anche se il suo aspetto esterno non appare particolarmente bello, resta una delle testimonianze più importanti nella storia dell’umanità: non esiste un altro edificio bizantino che sia grande neppure la metà di questo, né fu mai imitata fino al XVI secolo, quando furono costruite le moschee ottomane, perché considerata un’opera miracolosa, condotta a termine soltanto grazie all’intervento divino.
La sua storia è complessa: eretta in onore della Santa Sapienza (Hagia Sophia in greco e Aya Sofya in turco) dall’imperatore Costantino, ingrandita da Costanzo II, andò completamente distrutta nell’incendio del 404. Ricostruita da Teodosio II bruciò di nuovo durante la rivolta di Nika nel gennaio del 532, assieme ad altre chiese, alle terme, a parte del palazzo imperiale.
L’imperatore Giustiniano ne decise la ricostruzione, ma con dimensioni e bellezza tali da superare il tempio di Salomone. Fu eretta in cinque anni e mezzo, vi lavorarono diecimila operai, e costò 180 quintali d’oro. Il 27 dicembre 537 Giustiniano in gran pompa, circondato dai dignitari di stato, si recò alla cattedrale su un carro tirato da magnifici cavalli. Ricevuto dal patriarca Nesso, assistette alla cerimonia di consacrazione e a un tratto, levate le braccia al cielo, gridò: “Gloria a Dio che mi ha giudicato degno di terminare quest’opera. Ti ho superato, Salomone!”.
Niente di più facile che il ricordo di questo meraviglioso tempio, conservatosi nel pensiero dei monaci bizantini missionari in questa terra, venne da essi assegnato alla località dove si conservava appunto la Sacra Immagine della Civita da essi portata da Costantinopoli; la tradizione, infatti, ci informa che essa, dipinta da San Luca, giunse ad Itri miracolosamente proprio da Costantinopoli.
Nasce, infine, un quarto problema che riguarda il monastero di San Lorenzo di Calvi.
Nel 1111 un tal Pietro Capraro dichiara[6] a Pietro abate del monastero "SS. Trinitatis ad arcu timpano" che la madre già da tempo aveva donato i propri beni al detto monastero: "et in monasterio vestro Sancti Laurentii de ipsi Calbi qui dicitur de grege. Et in Sancto Stefano, et in Palmole, et in Maliana”.
Tutte queste località si trovano in territorio itrano; il monastero di San Lorenzo in Calvi, che forse prese il nome dal monte omonimo, dipendeva da quello della SS. Trinità di Gaeta.
Alla citazione del monastero di S. Lorenzo di Calvi viene aggiunto "che è detto de grege".
Nella nostra ricerca sulla toponomastica itrana avevamo ipotizzato che “nella impossibilità per noi di dare un significato preciso a questo appellativo, siamo orientati a scioglierlo con dei greci o del greco, nel senso che questo monastero possa essere a quel tempo o essere stato in tempi passati una proprietà dei monaci greci”.
Nel frattempo troviamo una simile citazione per un altro monastero greco di San Vittore del Lazio.
Con la recente acquisizione del prof. Cavallo la nostra ipotesi di allora diventa certezza e possiamo tranquillamente affermare che il monastero di San Lorenzo di Calvi era di rito greco con ciò dimostrandosi una consistente diffusione del monachesimo orientale sulle alture di Itri che apre nuovi scenari nei rapporti tra questi e anche con l’altro grande monastero di San Magno in Fondi (che raggiunse una dotazione di oltre cento monaci tra eremiti e cenobiti).
Successivamente, per la diminuzione del flusso missionario dall’Oriente ovvero a causa del sorgere di un consistente monachesimo locale, i monasteri di rito greco in parte diventarono di rito misto greco-latino per ricondursi, in epoca ancora più successiva, al rito latino con l’espansione appunto del monachesimo cassinese.
Gli studi su questo argomento sono tuttora in corso di approfondimento e – in considerazione di probabili altre novità tratte dagli archivi della memoria storica - speriamo che possano dare buoni frutti a questo nostro territorio mai abbastanza studiato.
[1]
Si vedano anche i nostri volumi: A. CECE, Toponomastica
itrana e foresta Aurunca, Itri, 2003 e A. CECE, La
Madonna della Civita, ambasciatrice di pace, Itri 2001. Essi sono stati
pubblicati interamente anche su questo sito Internet.
[2] Il volume “Pio IX a Gaeta”, a cura di Luigi Cardi, Marina di Minturno 2003, riporta gli Atti del Convegno di Studi per i 150 anni dell’avvenimento e dell’elevazione della diocesi di Gaeta ad Arcidiocesi che si è tenuto tra il 13 dicembre 1998 ed il 24 ottobre 1999. La notizia è riportata in nota 31 a pag. 270.
[3] Ciò è accaduto, ad esempio, sia a Subiaco che a Montecassino per iniziativa di San Benedetto, per quanto attiene al monachesimo di rito latino.
[4]
C.D.C., II, c. 338, a. 1147: "quae dicitur della
Civita seu alio nome de Agie...
una petiola de terra,, quae est posita in Agie,
et de una disertina de vinea quae est posita in Urbano".
[5]
C.D.C., III, 1, c. 559, a. 1379, pp. 295-297: "aliam possessionem cum
arboribus olivarum sitam loco qui dicitur Agia".
Ed, infine, una "vineam.... sitam... loco qui dicitur Agia".
[6] C.D.C., II, c. 287, a. 1111.
Questa ricerca può essere
parzialmente utilizzata per uso di studio e ricerca citando la fonte: Cece
Albino, " La
Civita di Itri crocevia dall’Oriente
"
nel
sito Internet: www.visitaitri.it.
© www.visitaitri.it