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Visita di SS. Giovanni Paolo II al Santuario della Madonna della Civita

La venuta del Santo Padre al Santuario fu evento eccezionale; i media ne hanno diffuso ampiamente i momenti salienti. Lo spirito di quella “comunione” con la sofferenza, è racchiuso nella “Parola” del Papa a tutti i presenti ed in particolare modo agli ammalati, dopo i saluti dell’ Avv. Pasquale Ciccone Sindaco d’Itri e del Prof. Antonio D’Aprano a nome degli ammalati. A distanza di tempo, i lettori potranno cogliere il senso profondo ed indelebile che, gli eventi del 1989 lasciarono a chi vi presenziò.

 

Da sinistra il Prof. D'Aprano-il Sindaco Pasquale Ciccone -SS.Giovanni Paolo II -  Il Minstro Giulio Andreotti - Il Vescovo di Gaeta Mons. Vincenzo M. Farano.

 

       Il Saluto del Sindaco d’Itri,

Avv. Pasquale Ciccone, al Santo Padre

 

Santità,

è con grande emozione e profonda letizia che Le porgo il saluto ed il benvenuto di tutti i cittadini di Itri e mio personale. Questa Sua visita al Santuario della Madonna della Civita è per tutti noi un grande, straordinario avvenimento, che ci onora e ci riempie di gioia; e costituisce un premio per la fede e la devozione millenaria nutrita verso Maria Santissima della Civita dal popolo di Itri e da tanti fedeli di altri paesi vicini e lontani.

Su questo Monte un altro grande Papa, Pio IX, salì per pregare la Vergine e trovare conforto per definirla Immacolata, in un periodo tormentato della Storia della Chiesa e dell’Italia, il 10 febbraio 1849 otto giorni dopo l’Enciclica “Ubi Primum”.

Sono passati da allora 140 anni e i tempi sono cambiati, ma non è diminuita la necessità della presenza del messaggio cristiano fra gli uomini: in un mondo per una parte così opulento e per un’altra parte ancora così povero, dove muoiono a causa della fame ogni anno circa 46 milioni di persone e dove esistono circa un miliardo e mezzo di persone malnutrite, mentre i paesi sviluppati sono sommersi dai rifiuti, in un mondo in cui molti miti sono caduti e l’uomo è sempre più privo di certezze e di ancoraggi ideali, siamo lieti di accogliere il Vicario di Cristo, che va pellegrino fra i popoli della terra (dai Paesi ricchi del Nord Europa a quelli poveri dell’Africa) portando ovunque e a tutti, credenti e non credenti, il messaggio cristiano di pace, di fratellanza e di amore.

Siamo lieti di accoglierLa qui, sul millenario Santuario della Civita, in mezzo a noi, per rafforzare e risvegliare in tutti il sentimento cristiano della vita e la solidarietà fra gli uomini e per portare una parola di conforto e di speranza a tanti sofferenti che sono qui convenuti per vederLa e ascoltarLa:

Benvenuto, Padre Santo; Le auguro di trascorrere una giornata serena e proficua per la Sua missione. E grazie infinite a nome di tutti gli itrani.

 

 

Il Saluto del Prof. Antonio D’Aprano

a nome degli ammalati

 

Santo Padre,

 

a nome di tutti i fratelli e le sorelle di questa Diocesi, avvicinati dalla sofferenza, Le do il benvenuto in mezzo a noi nel nostro Santuario della Madonna della Civita di Itri.

È bello incontrarci in questa occasione alla presenza di Maria, Colei che è stata capace di vivere fino in fondo l’esperienza della sofferenza ai piedi della Croce.

L’incontro di oggi con Lei, in comunione con tutta la Chiesa universale, è di grande gioia per noi.

Prima di tutto perché possiamo vivere una esperienza di fede, poi perché ci è dato modo di rinnovare la nostra fede in Cristo.

Padre Santo, rinnovare la nostra fede in Cristo per noi significa non conformarci alla mentalità di questo secolo, che è un secolo in cui domina la competizione, l’arrivismo, il denaro e il potere: e la persona umana è considerata per quello che ha non per quello che è.

Desideriamo e proponiamo anche agli altri di imparare a riscoprire il senso della sofferenza attraverso la Parola di Dio: soffrire non significa disperazione, ma un modo di lottare per mantenere la propria identità. Pensiamo a tutti coloro che soffrono a causa della loro fede, a quelli che lottano per la giustizia e agli emarginati che attendono di essere considerati e valorizzati.

Abbiamo altresì presenti tante persone anziane della nostra Diocesi, per le quali la vita diventa difficile oppure rischiano di essere lasciate in un ospizio.

Beatissimo Padre, non vogliamo fare critiche alle strutture di assistenza, però dobbiamo riconoscere i limiti che esse hanno.

Ogni istituzione può dare risposte materiali, ma non quelle spirituali, morali e psicologiche.

Siamo pienamente convinti che ogni persona non vale perché è vecchia o giovane, bambino o adulto, handicappato o no, ma perché è fatta ad immagine e somiglianza di Dio, quindi è capace di ascoltare, di consigliare e spesso aiutare i cosiddetti «normali».

È in grado allora di poter vivere la propria missione all’interno della comunità cristiana.

Non è sempre facile vivere la sofferenza come un modo per realizzare il Regno di Dio: soprattutto quando si è soli. Noi non vogliamo essere commiserati, ma chiediamo ai fratelli di condividere le nostre sofferenze sull’esempio del buon samaritano, il quale si fermò davanti all’uomo incappato nei briganti. Molte volte invece si è abituati a passare oltre.

Chiediamo altresì alla Chiesa di cercare di rimuovere le cause che producono sofferenza. Per far questo bisogna mettere in pratica l’impegno affermato nel documento «La Chiesa e le prospettive del paese»: «...bisogna decidere di ripartire dagli ultimi che sono il segno drammatico della crisi attuale…Gli impegni prioritari sono quelli che riguardano la gente priva dell’essenziale: la salute, la casa, il lavoro, il salario familiare, l’accesso alla cultura, la partecipazione… Bisogna inoltre esaminare seriamente la situazione degli emarginati, che il nostro sistema ignora e perfino coltiva: dagli anziani, agli handicappati, dai tossicodipendenti, ai dimessi dalle carceri oppure dagli ospedali psichiatrici».

Beatissimo Padre, a volte temiamo che la parola «ultimi» diventi un termine di moda, ma se riflettiamo bene su questo termine, riusciremo a capire che ci sono gli ultimi perché ci sono altri che pretendono di essere i primi.

Oggi davanti a Lei chiediamo alla Chiesa di condividere le sofferenze e le difficoltà non solo per le preghiere, ma lottando insieme contro quelle situazioni che causano la sofferenza.

Chiediamo che siano eliminate ogni forma di barriera, anche quelle architettoniche, di modo che le chiese possano essere accessibili a tutti, anziani, malati di cuore, handicappati.

Vogliamo esprimere la nostra gioia con una preghiera al Signore:

«O Dio , Padre di tutti gli uomini, tu che hai tanto amato il mondo da offrire il tuo figlio Gesù Cristo, ti chiediamo di aumentare la nostra fede affinché possiamo vivere la sofferenza come condivisione alla vita e alla passione di Cristo, e la diffusione della buona notizia soprattutto ai poveri. Ti vogliamo pregare per il nostro Papa, perché Tu o Signore lo sostenga e lo illumini con la Tua Parola, per il nostro Vescovo Vincenzo, Pastore della nostra Diocesi e per tutti coloro che sono lontani da te».

 

La Parola del Papa

 

Signor Ministro,

Signor Sindaco,

Cari Fratelli e Sorelle,

Carissimi Ammalati.

 

Sono venuto su questo Sacro Monte per venerare la Vergine Santissima nel suo Santuario della Civita, così famoso e così ricco di significato per voi, che negli occhi di Maria e nel suo volto materno cercate conforto alle sofferenze fisiche e morali.

Seguendo le orme del mio predecessore Pio IX, a 140 anni dalla sua visita, ho desiderato salire quassù anch’io, iniziando questa Giornata, dedicata pienamente all’Archidiocesi di Gaeta, proprio da voi, membra sofferenti del Corpo Mistico della Chiesa. Eccomi, dunque, ai piedi di Maria, salute degli infermi e aiuto di tutti i cristiani.

Un saluto speciale vorrei rivolgere ai responsabili delle strutture sanitarie—Amministratori, Medici, Infermieri, Ausiliari, Suore e Volontari—come pure ai familiari dei sofferenti.

Vi esprimo il mio apprezzamento per la dedizione con cui vi sforzate di creare intorno ai malati, immagini viventi di Cristo sofferente, un ambiente familiare, accogliente, disteso. Voi sentite il dovere di portare calore umano capace di capire i suoi stati d’animo e di sostenere la sua lotta quotidiana, volta alla riconquista della salute.

In questo vostro impegno vi è anche di grande aiuto la fede, la quale vi consente di vedere nel malato i lineamenti del volto di Cristo. Non ha forse egli detto: «Ero malato e siete venuti a visitarmi» (Mt 25, 36) Queste parole risuonino continuamente dentro di voi. Lui, che legge nel segreto, vi saprà ricompensare.

Non è forse già una ricompensa preziosa la riconoscenza dei vostri malati, i quali porteranno per sempre nel cuore il ricordo della vostra dedizione, della vostra serenità, della vostra delicatezza., oltre che della vostra competenza e dell’efficacia del vostro intervento terapeutico? Il vostro servizio, spesso lungo e logorante, ha valore inestimabile davanti alla società e soprattutto davanti al Signore.

Cari ammalati, io vorrei soprattutto ringraziarvi per la vostra presenza; vorrei ringraziare per le parole di un vostro rappresentante che ha saputo fare una profonda analisi di ciò che vuol dire essere ammalato, essere malato da cristiano, essere malato dentro la situazione del mondo contemporaneo. Ringrazio per queste parole, per questa analisi che esprime anche i sentimenti, gli atteggiamenti e le speranze di tutti voi.

Io non sono venuto unicamente per portarvi il mio incoraggiamento umano, ma per recarvi anche e soprattutto il conforto della fede cristiana. Sono venuto per dirvi che le vostre infermità sono inscritte nel disegno d’amore paterno ed esigente di Dio. Non vedete in esse una fatalità cieca, ma una prova sempre provvidenziale, anche se dal punto di vista puramente umano spesso oscura ed incomprensibile.

Elevate i vostri occhi a Cristo, che ha accettato la prova della sua Passione. Guardate a lui, l’innocente, che ha offerto senza riserva la sua vita per salvare tutti gli uomini, a lui che si è affidato a Dio, suo Padre, con totale abbandono. In un primo momento, come sapete, egli ha chiesto che gli fosse allontanato quel calice amaro, ma poi ha subito aggiunto: «Si faccia non la mia, ma la tua volontà » (Lc 22, 42). E la sua sofferenza è divenuta per noi causa di salvezza, di perdono, di vita.

La vostra generosa unione con la sofferenza di Cristo costituisce il culmine del vostro credere. Coloro che sono chiamati a soffrire con Cristo non subiscono un castigo, ma sono messi a parte di un compito impegnativo e fecondo. La loro sofferenza, infatti, se accettata ed offerta con amore, diviene sorgente di grazia, di pace, di gioia. Diviene la via stretta, ma sappiamo che questa è la via che conduce al Paradiso.

Carissimi ammalati, io vi auguro di recuperare presto la salute, per poter lasciare i centri di cura e tornare alle vostre case. Vi attendono gli abituali compiti familiari e sociali, nei quali tanto bene potrete ancora fare grazie alle energie ritrovate. Io prego per la vostra sollecita guarigione.

Ora, tuttavia, che nel libro della vostra vita il capitolo della malattia non è ancora chiuso, vi raccomando di valorizzarlo in ogni sua espressione.

La sofferenza, infatti, è purificazione per sé e per i fratelli, è fonte di glorificazione, è dono offerto per completare nella propria carne «quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col 1, 24).

Il vostro soffrire sia pertanto dono alla Chiesa, perché essa possa camminare più speditamente sulle strade del mondo. Accogliere nella propria vita il mistero del dolore significa riconoscere che la salvezza fio-risce dalla Croce di Cristo, e la Croce di Cristo è il vero albero della vita.

La Croce però non è fine a sé stessa, al Venerdì di Passione segue la Domenica della Resurrezione. La sofferenza dell’uomo s’illumina nella prospettiva della Pasqua di Cristo. In mezzo al fitto buio delle umiliazioni, dei dubbi, dell’abbattimento che la malattia porta con sé, il credente trova conforto nella luce che splende sul volto di Cristo risorto. Perciò l’Apostolo scrive anche nella seconda Lettera ai Corinzi: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2 Cor 1, 5).

Carissimi fratelli e sorelle, ci troviamo qui, presso questo caro Santuario, anima della vostra devozione a Maria. Ebbene, nel portare la vostra croce quotidiana, sappiate guardare alla Vergine Santa, ed ispirarvi al suo atteggiamento di totale adesione all’opera di grazia del Signore.

La risposta generosa di Maria: «Eccomi», diventi espressione anche della vostra personale adesione, momento per momento, alla volontà di Dio; diventi la vostra risposta, suggerita ed alimentata dall’amore.

Se numerosi Santuari come questo sono dedicati a Maria, è perché i fedeli di ogni parte della terra hanno capito l’importanza della presenza della Vergine Santa in mezzo al Popolo di Dio; hanno capito che suo compito precipuo è di «presentare» alle generazioni di tutti i tempi il Cristo «ricco di misericordia», perché ciascuno possa trovare in lui il Salvatore a cui affidare se stesso per il tempo e per l’eternità.

Prima di concludere questo mio colloquio, desidero augurare anche a voi, cari volontari delle diverse Associazioni, qui presenti in numerosa rappresentanza, la prontezza e la generosità di Maria Santissima nel rendere visibile agli uomini ed alle donne di oggi l’amore di Dio, che vuole dare a tutti la gioia della sua stessa vita.

Nel ringraziare tutti i volontari, voglio ancora ringraziare coloro ai quali è stato affidato questo Santuario, i nostri carissimi Padri Passionisti, la loro Comunità, il loro Seminario, che ho potuto incontrare, prima, nella chiesa, nel Santuario. Ed aggiungo anche una parola di ringraziamento ai giovani che compongono il coro, i quali ci hanno accompagnato con i loro canti, durante il lungo percorso dell’incontro con i malati.

Allora, mi sia permesso confermare il mio affetto e offrire un augurio di serenità nel corpo e nello spirito e come espressione di quell’affetto e di quell’augurio, voglio offrire a voi, a voi ammalati soprattutto, a tutti coloro che vi assistono, a tutti i vostri cari, le vostre famiglie ed a tutti presenti una benedizione; invito il Cardinale ed i vescovi qui presenti a prendere parte a questa benedizione conclusiva del nostro incontro con Maria.

 

 

Il dono degli itrani al Santo Padre

Consentitemi un ricordo personale, tra i tanti; questo fa parte di una miriade di incarichi volti a coordinare per il comune avvenimenti straordinari, che i vari sindaci, succedutosi alla guida di Itri, mi hanno affidato nel periodo in cui vi ho lavorato. E, quello della venuta del Santo Padre, è stato tra i più impegnativi ma nel contempo gratificante.

Era sindaco il compianto Pasquale Ciccone, di lui ricordo il suo fare cordiale, con tutti, e la calma con cui riusciva ad attenuare il mio nervosismo in prossimità di appuntamenti importanti. Mi aveva chiesto qualche tempo prima dell’arrivo dell’illustre ospite di individuare un dono in occasione della visita al Santuario.

Pensai che per l’avvenimento fosse adatto donare un calice di buona fattura. Accettò l’idea.

Ci recammo poco tempo prima della visita del Papa a Napoli con il collega Cesare Bonino. Dopo tanto girovagare, facemmo ritorno a Itri senza aver acquistato nulla.

Durante il ritorno, il sindaco prospettò l’eventualità di donare una somma di denaro da destinare ai poveri. Era la decisione più saggia che potesse adottare. Conosco l’ammontare della cifra donata, non mi sembra opportuno riportarla, pubblico la lettera che accompagnò l’offerta a firma dell’avv. Ciccone, è già storia, appena un frammento, dei ricordi di questa città.

 

          

    Tratto da Appendice © "Tra Sacro e Profano in Terra D'Itri" di Pino Pecchia - Kolbe ed. -2003 - Fondi

 

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