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Visita di SS. Giovanni Paolo II al Santuario della Madonna della Civita
La
venuta del Santo Padre al Santuario fu evento eccezionale; i media ne hanno
diffuso ampiamente i momenti salienti. Lo spirito di quella “comunione” con
la sofferenza, è racchiuso nella “Parola” del Papa a tutti i presenti ed in
particolare modo agli ammalati, dopo i saluti dell’ Avv. Pasquale Ciccone
Sindaco d’Itri e del Prof. Antonio D’Aprano a nome degli ammalati.
Da sinistra il Prof. D'Aprano-il Sindaco Pasquale Ciccone -SS.Giovanni Paolo II - Il Minstro Giulio Andreotti - Il Vescovo di Gaeta Mons. Vincenzo M. Farano.
Il
Saluto del Sindaco d’Itri,
Avv.
Pasquale Ciccone, al Santo Padre
Santità,
è
con grande emozione e profonda letizia che Le porgo il saluto ed il benvenuto di
tutti i cittadini di Itri e mio personale.
Su
questo Monte un altro grande Papa, Pio IX, salì per pregare la Vergine e
trovare conforto per definirla Immacolata, in un periodo tormentato della Storia
della Chiesa e dell’Italia, il 10 febbraio 1849 otto giorni dopo l’Enciclica
“Ubi Primum”.
Sono
passati da allora 140 anni e i tempi sono cambiati, ma non è diminuita la
necessità della presenza del messaggio cristiano fra gli uomini: in un mondo
per una parte così opulento e per un’altra parte ancora così povero, dove
muoiono a causa della fame ogni anno circa 46 milioni di persone e dove esistono
circa un miliardo e mezzo di persone malnutrite, mentre i paesi sviluppati sono
sommersi dai rifiuti, in un mondo in cui molti miti sono caduti e l’uomo è
sempre più privo di certezze e di ancoraggi ideali, siamo lieti di accogliere
il Vicario di Cristo, che va pellegrino fra i popoli della terra (dai Paesi
ricchi del Nord Europa a quelli poveri dell’Africa) portando ovunque e a
tutti, credenti e non credenti, il messaggio cristiano di pace, di fratellanza e
di amore.
Siamo
lieti di accoglierLa qui, sul millenario Santuario della Civita, in mezzo a noi,
per rafforzare e risvegliare in tutti il sentimento cristiano della vita e la
solidarietà fra gli uomini e per portare una parola di conforto e di speranza a
tanti sofferenti che sono qui convenuti per vederLa e ascoltarLa:
Benvenuto,
Padre Santo; Le auguro di trascorrere una giornata serena e proficua per la Sua
missione. E grazie infinite a nome di tutti gli itrani.
Il
Saluto del Prof. Antonio D’Aprano
a
nome degli ammalati
Santo
Padre,
a
nome di tutti i fratelli e le sorelle di questa Diocesi, avvicinati dalla
sofferenza, Le do il benvenuto in mezzo a noi nel nostro Santuario della Madonna
della Civita di Itri.
È
bello incontrarci in questa occasione alla presenza di Maria, Colei che è stata
capace di vivere fino in fondo l’esperienza della sofferenza ai piedi della
Croce.
L’incontro
di oggi con Lei, in comunione con tutta la Chiesa universale, è di grande gioia
per noi.
Prima
di tutto perché possiamo vivere una esperienza di fede, poi perché ci è dato
modo di rinnovare la nostra fede in Cristo.
Padre
Santo, rinnovare la nostra fede in Cristo per noi significa non conformarci alla
mentalità di questo secolo, che è un secolo in cui domina la competizione,
l’arrivismo, il denaro e il potere: e la persona umana è considerata per
quello che ha non per quello che è.
Desideriamo
e proponiamo anche agli altri di imparare a riscoprire il senso della sofferenza
attraverso la Parola di Dio: soffrire non significa disperazione, ma un modo di
lottare per mantenere la propria identità. Pensiamo a tutti coloro che soffrono
a causa della loro fede, a quelli che lottano per la giustizia e agli emarginati
che attendono di essere considerati e valorizzati.
Abbiamo
altresì presenti tante persone anziane della nostra Diocesi, per le quali la
vita diventa difficile oppure rischiano di essere lasciate in un ospizio.
Beatissimo
Padre, non vogliamo fare critiche alle strutture di assistenza, però dobbiamo
riconoscere i limiti che esse hanno.
Ogni
istituzione può dare risposte materiali, ma non quelle spirituali, morali e
psicologiche.
Siamo
pienamente convinti che ogni persona non vale perché è vecchia o giovane,
bambino o adulto, handicappato o no, ma perché è fatta ad immagine e
somiglianza di Dio, quindi è capace di ascoltare, di consigliare e spesso
aiutare i cosiddetti «normali».
È
in grado allora di poter vivere la propria missione all’interno della comunità
cristiana.
Non
è sempre facile vivere la sofferenza come un modo per realizzare il Regno di
Dio: soprattutto quando si è soli. Noi non vogliamo essere commiserati, ma
chiediamo ai fratelli di condividere le nostre sofferenze sull’esempio del
buon samaritano, il quale si fermò davanti all’uomo incappato nei briganti.
Molte volte invece si è abituati a passare oltre.
Chiediamo
altresì alla Chiesa di cercare di rimuovere le cause che producono sofferenza.
Per far questo bisogna mettere in pratica l’impegno affermato nel documento «La
Chiesa e le prospettive del paese»: «...bisogna decidere di ripartire dagli
ultimi che sono il segno drammatico della crisi attuale…Gli impegni prioritari
sono quelli che riguardano la gente priva dell’essenziale: la salute, la casa,
il lavoro, il salario familiare, l’accesso alla cultura, la partecipazione…
Bisogna inoltre esaminare seriamente la situazione degli emarginati, che il
nostro sistema ignora e perfino coltiva: dagli anziani, agli handicappati, dai
tossicodipendenti, ai dimessi dalle carceri oppure dagli ospedali psichiatrici».
Beatissimo
Padre, a volte temiamo che la parola «ultimi» diventi un termine di moda, ma
se riflettiamo bene su questo termine, riusciremo a capire che ci sono gli
ultimi perché ci sono altri che pretendono di essere i primi.
Oggi
davanti a Lei chiediamo alla Chiesa di condividere le sofferenze e le difficoltà
non solo per le preghiere, ma lottando insieme contro quelle situazioni che
causano la sofferenza.
Chiediamo
che siano eliminate ogni forma di barriera, anche quelle architettoniche, di
modo che le chiese possano essere accessibili a tutti, anziani, malati di cuore,
handicappati.
Vogliamo
esprimere la nostra gioia con una preghiera al Signore:
«O
Dio , Padre di tutti gli uomini, tu che hai tanto amato il mondo da offrire il
tuo figlio Gesù Cristo, ti chiediamo di aumentare la nostra fede affinché
possiamo vivere la sofferenza come condivisione alla vita e alla passione di
Cristo, e la diffusione della buona notizia soprattutto ai poveri. Ti vogliamo
pregare per il nostro Papa, perché Tu o Signore lo sostenga e lo illumini con
la Tua Parola, per il nostro Vescovo Vincenzo, Pastore della nostra Diocesi e
per tutti coloro che sono lontani da te».
La
Parola del Papa
Signor
Ministro,
Signor
Sindaco,
Cari
Fratelli e Sorelle,
Carissimi
Ammalati.
Sono
venuto su questo Sacro Monte per venerare la Vergine Santissima nel suo
Santuario della Civita, così famoso e così ricco di significato per voi, che
negli occhi di Maria e nel suo volto materno cercate conforto alle sofferenze
fisiche e morali.
Seguendo
le orme del mio predecessore Pio IX, a 140 anni dalla sua visita, ho desiderato
salire quassù anch’io, iniziando questa Giornata, dedicata pienamente
all’Archidiocesi di Gaeta, proprio da voi, membra sofferenti del Corpo Mistico
della Chiesa. Eccomi, dunque, ai piedi di Maria, salute degli infermi e aiuto di
tutti i cristiani.
Un
saluto speciale vorrei rivolgere ai responsabili delle strutture
sanitarie—Amministratori, Medici, Infermieri, Ausiliari, Suore e
Volontari—come pure ai familiari dei sofferenti.
Vi
esprimo il mio apprezzamento per la dedizione con cui vi sforzate di creare
intorno ai malati, immagini viventi di Cristo sofferente, un ambiente familiare,
accogliente, disteso. Voi sentite il dovere di portare calore umano capace di
capire i suoi stati d’animo e di sostenere la sua lotta quotidiana, volta alla
riconquista della salute.
In
questo vostro impegno vi è anche di grande aiuto la fede, la quale vi consente
di vedere nel malato i lineamenti del volto di Cristo. Non ha forse egli detto:
«Ero malato e siete venuti a visitarmi» (Mt 25, 36) Queste parole risuonino
continuamente dentro di voi. Lui, che legge nel segreto, vi saprà ricompensare.
Non
è forse già una ricompensa preziosa la riconoscenza dei vostri malati, i quali
porteranno per sempre nel cuore il ricordo della vostra dedizione, della vostra
serenità, della vostra delicatezza., oltre che della vostra competenza e
dell’efficacia del vostro intervento terapeutico? Il vostro servizio, spesso
lungo e logorante, ha valore inestimabile davanti alla società e soprattutto
davanti al Signore.
Cari
ammalati, io vorrei soprattutto ringraziarvi per la vostra presenza; vorrei
ringraziare per le parole di un vostro rappresentante che ha saputo fare una
profonda analisi di ciò che vuol dire essere ammalato, essere malato da
cristiano, essere malato dentro la situazione del mondo contemporaneo. Ringrazio
per queste parole, per questa analisi che esprime anche i sentimenti, gli
atteggiamenti e le speranze di tutti voi.
Io
non sono venuto unicamente per portarvi il mio incoraggiamento umano, ma per
recarvi anche e soprattutto il conforto della fede cristiana. Sono venuto per
dirvi che le vostre infermità sono inscritte nel disegno d’amore paterno ed
esigente di Dio. Non vedete in esse una fatalità cieca, ma una prova sempre
provvidenziale, anche se dal punto di vista puramente umano spesso oscura ed
incomprensibile.
Elevate
i vostri occhi a Cristo, che ha accettato la prova della sua Passione. Guardate
a lui, l’innocente, che ha offerto senza riserva la sua vita per salvare tutti
gli uomini, a lui che si è affidato a Dio, suo Padre, con totale abbandono. In
un primo momento, come sapete, egli ha chiesto che gli fosse allontanato quel
calice amaro, ma poi ha subito aggiunto: «Si faccia non la mia, ma la tua
volontà » (Lc 22, 42). E la sua sofferenza è divenuta per noi causa di
salvezza, di perdono, di vita.
La
vostra generosa unione con la sofferenza di Cristo costituisce il culmine del
vostro credere. Coloro che sono chiamati a soffrire con Cristo non subiscono un
castigo, ma sono messi a parte di un compito impegnativo e fecondo. La loro
sofferenza, infatti, se accettata ed offerta con amore, diviene sorgente di
grazia, di pace, di gioia. Diviene la via stretta, ma sappiamo che questa è la
via che conduce al Paradiso.
Carissimi
ammalati, io vi auguro di recuperare presto la salute, per poter lasciare i
centri di cura e tornare alle vostre case. Vi attendono gli abituali compiti
familiari e sociali, nei quali tanto bene potrete ancora fare grazie alle
energie ritrovate. Io prego per la vostra sollecita guarigione.
Ora,
tuttavia, che nel libro della vostra vita il capitolo della malattia non è
ancora chiuso, vi
raccomando di valorizzarlo in ogni sua espressione.
La
sofferenza, infatti, è purificazione per sé e per i fratelli, è fonte di
glorificazione, è dono offerto per completare nella propria carne «quello che
manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col 1,
24).
Il
vostro soffrire sia pertanto dono alla Chiesa, perché essa possa camminare più
speditamente sulle strade del mondo. Accogliere nella propria vita il mistero
del dolore significa riconoscere che la salvezza fio-risce dalla Croce di
Cristo, e la Croce di Cristo è il vero albero della vita.
La
Croce però non è fine a sé stessa, al Venerdì di Passione segue la Domenica
della Resurrezione. La sofferenza dell’uomo s’illumina nella prospettiva
della Pasqua di Cristo. In mezzo al fitto buio delle umiliazioni, dei dubbi,
dell’abbattimento che la malattia porta con sé, il credente trova conforto
nella luce che splende sul volto di Cristo risorto. Perciò l’Apostolo scrive
anche nella seconda Lettera ai Corinzi: «Come abbondano le sofferenze di Cristo
in noi, così per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2 Cor
1, 5).
Carissimi
fratelli e sorelle, ci troviamo qui, presso questo caro Santuario, anima della
vostra devozione a Maria. Ebbene, nel portare la vostra croce quotidiana,
sappiate guardare alla Vergine Santa, ed ispirarvi al suo atteggiamento di
totale adesione all’opera di grazia del Signore.
La
risposta generosa di Maria: «Eccomi», diventi espressione anche della vostra
personale adesione, momento per momento, alla volontà di Dio; diventi la vostra
risposta, suggerita ed alimentata dall’amore.
Se
numerosi Santuari come questo sono dedicati a Maria, è perché i fedeli di ogni
parte della terra hanno capito l’importanza della presenza della Vergine Santa
in mezzo al Popolo di Dio; hanno capito che suo compito precipuo è di «presentare»
alle generazioni di tutti i tempi il Cristo «ricco di misericordia», perché
ciascuno possa trovare in lui il Salvatore a cui affidare se stesso per il tempo
e per l’eternità.
Prima
di concludere questo mio colloquio, desidero augurare anche a voi, cari
volontari delle diverse Associazioni, qui presenti in numerosa rappresentanza,
la prontezza e la generosità di Maria Santissima nel rendere visibile agli
uomini ed alle donne di oggi l’amore di Dio, che vuole dare a tutti la gioia
della sua stessa vita.
Nel
ringraziare tutti i volontari, voglio ancora ringraziare coloro ai quali è
stato affidato questo Santuario, i nostri carissimi Padri Passionisti, la loro
Comunità, il loro Seminario, che ho potuto incontrare, prima, nella chiesa, nel
Santuario. Ed aggiungo anche una parola di ringraziamento ai giovani che
compongono il coro, i quali ci hanno accompagnato con i loro canti, durante il
lungo percorso dell’incontro con i malati.
Allora,
mi sia permesso confermare il mio affetto e offrire un augurio di serenità nel
corpo e nello spirito e come espressione di quell’affetto e di
quell’augurio, voglio offrire a voi, a voi ammalati soprattutto, a tutti
coloro che vi assistono, a tutti i vostri cari, le vostre famiglie ed a tutti
presenti una benedizione; invito il Cardinale ed i vescovi qui presenti a
prendere parte a questa benedizione conclusiva del nostro incontro con Maria.
Il
dono degli itrani al Santo Padre
Consentitemi
un ricordo personale, tra i tanti; questo fa parte di una miriade di incarichi
volti a coordinare per il comune avvenimenti straordinari, che i vari sindaci,
succedutosi alla guida di Itri, mi hanno affidato nel periodo in cui vi ho
lavorato. E, quello della venuta del Santo Padre, è stato tra i più
impegnativi ma nel contempo gratificante.
Era
sindaco il compianto Pasquale Ciccone, di lui ricordo il suo fare cordiale, con
tutti, e la calma con cui riusciva ad attenuare il mio nervosismo in prossimità
di appuntamenti importanti. Mi aveva chiesto qualche tempo prima dell’arrivo
dell’illustre ospite di individuare un dono in occasione della visita al
Santuario.
Pensai
che per l’avvenimento fosse adatto donare un calice di buona fattura. Accettò
l’idea.
Ci
recammo poco tempo prima della visita del Papa a Napoli con il collega Cesare
Bonino. Dopo tanto girovagare, facemmo ritorno a Itri senza aver acquistato
nulla.
Durante il ritorno, il sindaco prospettò l’eventualità di donare una somma di denaro da destinare ai poveri. Era la decisione più saggia che potesse adottare. Conosco l’ammontare della cifra donata, non mi sembra opportuno riportarla, pubblico la lettera che accompagnò l’offerta a firma dell’avv. Ciccone, è già storia, appena un frammento, dei ricordi di questa città.

Tratto
da Appendice ©
"Tra
Sacro e Profano in Terra D'Itri" di Pino Pecchia - Kolbe ed. -2003 - Fondi
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