Presentazione

 

 

 

 

 

13 dicembre ore 16,30 chiesa di S. Maria dei Martiri in Maranola

PRESENTAZIONE UFFICIALE PRESEPE VIVENTE

“Michele Pezza, detto Fra Diavolo, nel bosco di Maranola”

 

RELAZIONE

 

   Oltre ad alcuni  episodi della presenza di Frà Diavolo nel bosco di Maranola, vi illustrerò gli episodi più salienti della sua vita.

Chi ha scritto di lui, spesso, si è posto questo interrogativo: fu brigante o patriota?

    Il mio parere è nel titolo del libro che ho pubblicato nel 2005: Il Colonnello Michele Pezza (frà Diavolo) Protagonista dell’Insorgenza in Ciociaria e Terra di Lavoro.

    Una collocazione ben precisa, di Michele Pezza, in un contesto che sa più di storia che di mito.

    L’Insorgenza è stata un’insurrezione armata delle nostre popolazioni contro l’esercito rivoluzionario francese, che invase il Regno di Napoli alla fine del 1798.

    Frà Diavolo, da giovane, faceva barde e basti per animali. Accadde a Michele Pezza ciò che in Terra di Lavoro era un’abitudine: la tendenza a farsi giustizia da soli, usando le armi, nel suo caso per amore.

    Da qui, la latitanza. Dai diari del Marinelli, filo giacobino, sappiamo che Frà Diavolo, dopo aver commesso i due omicidi, si rifugia nello Stato Pontificio, prima al servizio del barone De Felice di Roccaguglielma, come guardiano, e successivamente “con le sue industrie, facendo barde e basti per asini e cavalli”. Certo è che negli archivi di stato non ci sono tracce di azioni brigantesche.

    L’atto di indulto, emesso dopo due anni di latitanza, conferma quanto ha scritto il Marinelli, nei suoi diari sono riportati solo i due omicidi di cui ho fatto cenno. Il Re esprime parere favorevole alla richiesta di indulto perché “il Pezza passi a servire per tredici anni in uno dei reggimenti esistenti in Sicilia”, il Messapia; reggimento inviato a Roma, contro l’esercito francese, che il 15 febbraio del ‘98 aveva proclamato la Repubblica romana. A Roma Ferdinando IV di Borbone subisce una rovinosa sconfitta.

    Le gesta di Frà Diavolo hanno inizio il 17 dicembre 1798. La data è riportata in un manoscritto, dove sono raccontati gli avvenimenti parziali delle sue imprese, raccolte da qualche scrivano al seguito delle sue truppe.

    Le masse, come venivano chiamate, erano formate da gente comune e spesso da rappresentanti del clero, non inquadrate militarmente; si erano costituite dopo il proclama di re Ferdinando emesso nel dicembre del ’98. I sudditi erano mobilitati, annunciava il proclama, a difendere il regno. Il Re, intanto, lasciava Napoli, in balia dei francesi, per Palermo.

Il proclama trasforma Michele Pezza, da soldato sbandato, in uno dei capi massa simbolo della resistenza antifrancese.

    Mantenendo fede ad un giuramento fatto davanti al corpo del padre ucciso dai francesi insieme ad altri 59 abitanti di Itri, nel gennaio del ‘99, Frà Diavolo diventa spietato e vendicativo. Continua senza sosta la guerriglia contro le guarnigioni di stanza nei paesi vicini, con lo scopo di tagliare i rifornimenti che passano per l’Appia, assalendo convogli e portaordini.

   Con i continui assalti, ai danni di diligenze e guarnigioni francesi, accresce la sua fama, ma in senso negativo. Le scorribande, più che operazioni militari, hanno un carattere tipicamente banditesco; il fine è quello di mantenere in vita il suo gruppo che necessita di mezzi per sopravvivere. I furti e l’uccisione di soldati, eccitano continuamente la fantasia del popolino dilatandone l’immagine di vendicatore e di sanguinario.

    Ma facciamo un passo indietro.

Come dicevo, Michele Pezza, arruolato nel reggimento Messapia, dopo la disfatta di Roma, è un soldato sbandato, risponde prontamente al proclama reale chiamando a raccolta le popolazioni aurunche ed ausone. Il fortino di S. Andrea, posto sulla Via Appia, è il luogo ideale per opporre resistenza ai francesi. La guerriglia, contrariamente a quanti la fanno nascere con le insorgenze di Spagna, inizia sui monti di Itri, con la massa comandata da Frà Diavolo. Non mancano gli effetti di quel nuovo modo di combattere. L’esercito invasore per la prima volta ripiega, riportandosi alle porte di Fondi. Il forte capitola per viltà dell’ufficiale borbonico Sicardi. Frà Diavolo e i suoi uomini si disperdono. Con la sconfitta dei Lazzaroni, Napoli, capitale del Regno è occupata dall’esercito francese, il 23 gennaio 1799. Il giorno 26 è proclamata la Repubblica partenopea.

     Il 24 maggio i “Lazzari” insorgono a Napoli, contro l’occupazione francese. Un epilogo drammatico segna la fine della Repubblica partenopea, era durata solo cinque mesi; le vendette sono la risposta ai soprusi, ai saccheggi, alle violenze d’ogni genere patite durante l’occupazione, è guerra civile.

   È il 13 giugno, quando L’Armata della Santa Fede entra trionfalmente in Napoli. Il regno ritorna ai Borboni.

    L’incontro di Frà Diavolo con il capitano Tomas Troubridge, ufficiale della marina britannica, giunto con la flotta inglese a Procida, gli dà una nuova patina di onorabilità, suscitando un buon interesse nell’inglese. L’accordo stipulato con Troubridge per l’assedio di Gaeta, i due cannoni e le munizioni ricevute, danno a Frà Diavolo la possibilità di organizzarsi per preparare l’assedio della fortezza. Autorizzato dall’Ispettore di Campagna in data 4 giugno, il Pezza raccoglie denaro tra i comuni di Terra di Lavoro. E’ una somma considerevole: oltre 27.000 ducati, che serviranno per pagare i suoi uomini durante l’assedio, ultima resistenza dei francesi in ritirata.

    I cannoni sono portati a Maranola  a dorso di cavalli, dove in pochi giorni il Pezza raduna oltre mille uomini e lì stabilisce il suo quartier generale. 

    Il comune di Maranola compare nell’elenco dei finanziatori del Pezza, versando un contributo pari a 108 ducati. Inoltre, alcuni cittadini offrono la somma di 223 ducati; questi  i loro cognomi, con evidenti errori di trascrizione: Demeva, Forte, Dimeo, Maragna e Mastroianni. Il fascicolo relativo alle spese sostenute da Michele Pezza, per l’assedio di Gaeta, si trova presso l’archivio di stato di Napoli.

    Ai primi di giugno Frà Diavolo deve sloggiare da Maranola per una sortita dei francesi da Gaeta, che occupano Mola e Castellone. La reazione del Pezza è immediata, con la riconquista del perduto.

    Da Maranola il 15 giugno 1799 nomina capitano della sua massa  Giuseppe D’Elia di Mola. Ancora da Maranola il 25 giugno nomina  Antonio De Santis di Santo Pietro primo tenente del suo esercito, che definisce “regalisti”.

    Nel mese di agosto del ’99, dopo aver espugnato Gaeta gli viene negato dal Cardinale Ruffo, con il consenso del re, di entrare nella piazzaforte, che si era arresa grazie al suo assedio. Saranno le truppe del riconquistato regno a farlo. Frà Diavolo al solito obbedisce. Dopo poco viene nominato Comandante Generale della Regia divisione che forma l’ala sinistra dell’Esercito di S. M., che marcia per la seconda volta verso Roma, come risulta dal dispaccio riportato nelle sue memorie. 

    Comandante di una compagnia di Maranola, in quella spedizione, al seguito di Frà Diavolo, è il capitano Carmine D’Urso.

    Alle porte di Roma Michele Pezza riceve i gradi di Colonnello di fanteria dell’esercito borbonico. Agli inizi del 1800 è nominato Governatore di Itri e Gaeta. All'umile bastaio di Itri è riconosciuta la lealtà alla corona.

    Deposto le armi, sciolta la massa, spesso rincorso dai creditori, conduce una vita da borghese a Napoli, con la moglie Rachele di Franco, sposata il 15 agosto del ’99, che tra il 1802 e il 1805 gli da tre figli: Maria Clementina, Ferdinando e Carlo. Non avrà eredi diretti.

    Il 1806 segna una nuova tappa nella vita del colonnello Pezza. Napoleone a seguito di un trattato non rispettato da Ferdinando IV, decide di mettere fine al suo regno. Solito proclama di Ferdinando, che promuove la costituzione dei Corpi Volanti, prima di fuggire verso Palermo. L’esercito francese, comandato del generale Massena, attraversa la penisola e si porta, senza colpo ferire, a Napoli. Giuseppe Bonaparte diventa, per ordine di Napoleone, il nuovo re di Napoli. 

    Frà Diavolo capo dei Corpi Volanti in Terra di Lavoro scorrazza nell’Italia centrale, seminando terrore e morte tra i francesi con le sue truppe, che gli causarono cadute di popolarità, quando uccisero e razziarono come banditi. E’ un brutto momento per il guerrigliero itrano.

    Maranola è il luogo dove corre a rifugiarsi, quando è battuto dai francesi, sapendosi al sicuro.

    Sconfitto a Sant’Oliva dal comandante francese Bonelli, che disponeva di forze soverchianti, attraverso le montagne giunge a Maranola il lunedì di Pasqua del 1806. E’ ospite di un suo amico, certo Giovanni Sparagna. Da qui con il fratello Giuseppe Antonio raggiunge Scauri e s’imbarca per rientrare nella fortezza di Gaeta, assediata questa volta dai francesi. Successivamente parte per Palermo, dove è ricevuto con tutti gli onori dai Borboni in esilio.

Subito dopo, con l'appoggio dall'ammiraglio Sidney Smith, sbarca a sorpresa ad Amantea sulle coste calabre con 600 uomini, mette in fuga la guarnigione polacca e nomina un governatore. 

Il fervore di Michele Pezza nel coinvolgere le popolazioni del mezzogiorno d'Italia, durante la seconda invasione francese, è straordinario. Si susseguono scontri sanguinosi con azioni violente da ambo le parti.

È di nuovo Frà Diavolo! Con altri capi massa scrive un'altra pagina memorabile dell'Insorgenza in quelle terre.

    Battuto a Sora dal generale D’Espagne, fugge con 400 uomini, passa nello Stato Pontificio, saccheggia Bauco e raggiunge le montagne di Maranola il 3 ottobre del 1806.

Congedati gli ultimi seguaci, tra cui i fratelli, cerca di raggiungere il mare per un imbarco verso la Sicilia. Ferito e solo, privo di armi, arriva a Baronissi il primo di novembre. Riconosciuto dal farmacista Matteo Barone, che si era offerto di curarlo, ma che è anche ufficiale delle guardie civiche, viene catturato.

E’ la fine! Re Giuseppe Bonaparte, esultante, scrive a Napoleone:  “Maestà, il famoso Fra Diavolo è stato appena arrestato, Vostra Maestà sarà felice nell’apprendere questa notizia.”

    Con un processo sommario è giudicato da brigante e non come colonnello Borbonico e condannato a morte. Il colonnello francese Sigisbert Hugo, che gli aveva dato la caccia per tutto il centro Italia,  e  ne ammirava l’audacia, si prodiga per evitargli la forca, così come fanno gli inglesi che minacciano di uccidere decine di prigionieri francesi: senza successo.

    Inutilmente, i francesi gli offrirono salva la vita se fosse passato dalla loro parte. Michele Pezza rifiuta sdegnato dicendo: “Si serve un solo re”.

    Quello stesso re che lo aveva spesso considerato un brigante, ma al quale era stato tanto utile, usandolo secondo le necessità del regno. Ferdinando IV si riscatta, facendo celebrare un solenne funerale a Palermo in S. Giovanni de' Napoletani dall'Arcivescovo Carrano in memoria del Pezza, dopo la sua morte: presenti i reali, l'ambasciatore austriaco, inglesi e nobiltà. In suo onore, nella chiesa, furono apposte targhe commemorative, oggi rimosse. Meglio gli inglesi, che lo tennero in grande considerazione e ne hanno sempre magnificato le gesta.

    Frà Diavolo viene impiccato in Piazza Mercato a Napoli: è l’11 novembre del 1806, ha 35 anni. Sono trascorsi solo dieci anni dai due omicidi. Sono bastati a proiettarlo nella leggenda. I frati della Congregazione dei Bianchi della Giustizia, che lo avevano assistito  sul patibolo, scrissero nel registro dei morti: «[...] il paziente morì con segni di vero cristiano e con molta edificazione.» Fu sepolto nel cortile dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli.

    Esultò Il Monitore Napoletano che scrisse: “Finalmente non si sentirà più parlare di questo brigante assassino.” Si sbagliava! Il musicista francese Auber lo fece conoscere al mondo intero con la sua celebre opera: Fra Diavolo, già nel 1830. Letteratura e cinema hanno fatto il resto, troppo spesso, romanzando la sua vita.

A duecento e più anni, oggi, siamo qui a parlare di lui. 

    Per concludere questo breve excursus sul guerrigliero itrano,  una mia considerazione:

    Ho studiato con serenità ed oculatezza, questo personaggio, collocandolo in un contesto, che ne riabilita la figura di combattente legittimista, quale effettivamente era.

    Michele Pezza (o meglio Frà Diavolo) è stato il figlio legittimo  dell’Insorgenza, un movimento spontaneo di popolo fedele ai Borboni di Napoli. Ferdinando IV neppure immaginava, quando chiamò alle armi i sudditi, nel dicembre del ‘98, la radicata millenaria cultura della nostra gente legata alle sue radici cristiane, che fece da collante, contro il dilagare di un "ordine nuovo".

    Orgogliosa e genuina fu la sollevazione contro i francesi venuti ad imporre con la forza delle armi idee contrarie alle tradizioni e al nostro modo di vivere; una giusta reazione contro i rivoluzionari, falsi esportatori di democrazia, rapaci come si dimostrarono nel breve periodo della Repubblica romana e partenopea prima, e nella seconda invasione napoleonica del 1806.

   Le Insorgenze, con l’esclusione dei tanti grassatori e galeotti che si aggregarono per tornaconto, sono state originate dal periodo convulso, storicamente tumultuoso, generato dall’occupazione francese, che invase lo stato sovrano del Regno di Napoli. Noi siamo i figli di quegli insorgenti che avrebbero fatto a meno, ne sono sicuro, di scrivere una pagina tanto terribile, oggi dimenticata. 

La  lealtà di Michele Pezza nei confronti del Re sarebbe sufficiente a riscattarlo dal giudizio sbrigativo della Storia.

 

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©Pino (Giuseppe) Pecchia

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