Tradizioni - Ambiente

 

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Itri

Santuario Civita

Frà Diavolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                

 

  

Tradizioni di San Giuseppe

 

Avrete letto della tradizione dei fuochi di San Giuseppe nella parte riservata a notizie su Itri e nella pagina "Collaboratori" a firma del Prof. Crescenzo Fiore. Brevi cenni per non appesantire il testo con usi e consuetudini della gente itrana. 

La ricerca su S. Giuseppe, di cui appresso vi proporrò il testo integrale, è stata effettuata dal Comitato “Il Castello” verso la fine degli anni ’70 essa non porta la firma dell’estensore, so per certo, che il presidente di quel comitato era la sig.ra Concetta Sinapi. Sono ricerche dettagliate e inedite quelle che ho il piacere di proporvi; sono legate alla tradizione orale di questa festività che i giovani di oggi identificano solo nei fuochi del Santo e nella preparazione e distribuzione delle “zeppole”.

Ogni famiglia nobile a Itri aveva il suo santo protettore. La famiglia Staurenghi venerava S. Giuseppe. I primi nomi che appaiono, di questa famiglia, sono Angelo Staurenghi nato agli inizi del 1700, poi il figlio Vincenzo. La prima documentazione certa della tradizione di S. Giuseppe è legata a Giuseppe Staurenghi, figlio del suddetto Vincenzo e di Emanuela Fusco, nato nell’ottobre 1772. A lui è forse legato il maggior splendore della festa.

Questo Giuseppe fece carriera militare fino a diventare generalissimo del Regno di Napoli agli inizi del 1800. Fu lui che portò lustro, onori e soldi alla famiglia di per sé già ricca ed influente. La casa di questa famiglia è ancora oggi, esistente anche se ristrutturata in parte, ed è situata in Via S. Martino Vico Staurenghi.

La statua di S. Giuseppe con bambino era conservata in questa casa e veniva portata in processione il giorno del Santo. I falegnami si contendevano (a chi offriva di più) l’onore di portare a spalla la statua del Santo per le vie di Itri. Ogni anno il giorno di S. Giuseppe, dopo la processione il prete, i 12 capi appartenenti alla confraternita più cento persone, i più poveri della parrocchia di S. Angelo erano invitati a pranzo, con grande sfarzo, dalla famiglia Staurenghi. Quelli della confraternita e il prete sedevano a tavola con i componenti della famiglia, i cento poveri sedevano in uno stanzone e nell’atrio della casa.

Il pranzo si svolgeva come un rito, sempre uguale. In una (pignata) molto capiente venivano cotti nove qualità di legumi (ceci, fave, piselli, lenticchie,cicerchie, fagioli ecc.) questi legumi venivano mischiati a pasta fatta in casa (farina e uova di anatre). Assieme ai legumi veniva cotto anche la “mendresca” (prosciutto). Servito venivano anche verdure cotte e formaggio. Da bere vino. Alla fine c’erano le “Zeppole” di due qualità: per i poveri erano di semplice pasta e miele, per quelli a tavola erano di pasta con uova di anatre e miele.

Vincenzo Staurenghi (nato il 3 agosto 1804 da Giuseppe e da Maria Diana Sguizzaro) in sostanza continuò la tradizione ereditata dal padre, cambiò solo un punto: anziché far mangiare i cento più poveri della parrocchia a casa sua, distribuiva loro il pranzo, così che questi poveri potevano portarlo in famiglia.

Emanuela Staurenghi, nata il 22 ottobre 1829 da Vincenzo e Raffaella Manzo (l’ultima della stirpe), continuò la tradizione sia con il primo marito (Davide Bonelli morto nel 1860) sia con il secondo (Paolo Soscia), fino alla sua morte nel 1893. La tradizione fu seguita da Paolo Soscia (nato nel 1843) fino alla sua morte avvenuta nel 1934. Le figlie Elvira ed Erminia Soscia, rimaste sole, senza marito, ed anche in difficoltà economiche, tolsero l’usanza di distribuire il cibo ai poveri e mantennero solo il pranzo con i dodici capi della confraternita.

Questo durò fino al 1941, poi ristrettezze economiche non solo della famiglia ma di tutto il popolo (seconda guerra mondiale) fecero sì che questa tradizione fu smessa, con l’intenzione di riprenderla in tempi migliori.

Curiosità: la statua di S. Giuseppe, prima dei bombardamenti aerei del 1943 fu portata al convento di S. Martino (oggi ricostruito è diventato casa di assistenza per anziani). Con i bombardamenti fu distrutto il convento e la statua fu frantumata solo il bambino Gesù restò intatto, ancora oggi è conservato in un convento a Canosa di Puglia.

La confraternita era un’associazione religiosa, in stretta collaborazione con la Parrocchia e il Prete, che agiva indipendentemente. Per far parte di questa associazione si prestava giuramento a vita, con doveri religiosi (partecipazione ai riti religiosi e vita esemplare) e diritti (es. amministrazione dei beni della parrocchia). La partecipazione alla confraternita era libera a tutti, ma in realtà questo diritto veniva tramandato di padre in figlio.

La confraternita aveva un ordine gerarchico: venivano eletti dodici capi (apostoli) che a loro volta eleggevano un priore (maestro). Gli appartenenti alla confraternita godevano di tanti diritti sociali e dell’onore del popolo. La confraternita è esistita a Itri fino a pochi anni dopo l’ultima guerra.

Le note che avete letto hanno il sapore genuino della tradizione e della devozione popolare che, affonda le sue radici nel lontano 1700 per giungere fino a poco dopo il secondo conflitto mondiale. Arricchiscono, inoltre, quel misterioso mondo delle consuetudini e delle feste degli itrani, rimaste intatte nei tempi.

 

La gastronomia

Le origini e la tradizione gastronomica di questa terra, si confondono con i profumi dei suoi prati e le carni di bovini, ovini e caprini che vi si cibano, erbe profumate usate per aromatizzare i prodotti più genuini e caratteristici della terra d’Itri. Inconfondibili sapori, che generazioni di allevatori e coltivatori, con il duro lavoro, sono riusciti a produrre e trasformare in prodotti tipici della gastronomia locale.

Alla fine di questo tour sarà pur venuto un certo appetito, facciamo allora un ultimo giro (gustoso) per questi luoghi, a scoprire sapori, pietanze e consuetudini, condite con il sale del “dialetto” e qualche nota colorita per rendere più digeribili i prodotti (pesanti) della gastronomia locale. La precedenza alla specialità d’Itri:

 

Le olive :

Ci sono varie modalità per farne un prodotto commestibile e ricercato, vanto di questa zona (Oliva Itrana), che può essere preparata in vari modi e trasformata in olio dal sapore intenso e profumato, caratteristico solo di quella drupa.

Salamoia in botte con acqua e sale (Auliv’ a la ott’) o più comunemente in recipienti di vetro o plastica; sono nere se raccolte nel mese di febbraio o marzo; o del tipo “cerasole” (colte nel periodo fine novembre, primi di dicembre, appena macchiate di nero, colore che in acqua scompare, conferendo alla drupa una colorazione rosata. (Un itrano vi direbbe in modo più colorito che è il periodo in cui non è ancora entrato il sangue nell’oliva).

Olive mosce (Auliv’ mosce), passate in acqua tiepida e poi messe in forno moderato per varie volte; oppure, con l’aggiunta di sale grosso, sono tenute in un recipiente per una decina di giorni, rimestando spesso, vengono poi lavate, asciugate messe in forno appena tiepido. Quando le olive assumono quella caratteristica grinzosa e sono diventate dolci si dicono “mosce” possono essere condite con un filo d’olio per renderle lucide, ma non è necessario; si conservano per lunghi periodi.

Olive schiacciate (Auliv’ pistat’) (olive colte agli inizi di novembre, verdi e polpose, schiacciate, senza romperne il nocciolo, sono tenute in acqua fredda che viene cambiata spesso per 8/10 giorni; vanno quindi condite con peperoncino fresco piccante, aglio, sale, semi di finocchio meglio se selvatico ed un filo di olio extravergine. Vengono associate al baccalà in bianco (bollito).

 

Carni - Formaggi

Passiamo dal mondo vegetale a quello animale e ai suoi derivati:

Carne di agnelli e capretti (àin e crapitt) allevati sugli altipiani di Campello, cotti alla brace. Sapori e carni fuori dal comune.

Tra le specialità gastronomiche sono da citare: la salciccia itrana (sauzicchia), preparata con carne di maiale tagliata a mano; ricca di peperoncino, (volendo, anche senza) profumata con bacche di coriandolo e l’aggiunta di sale, secondo una tradizione secolare; provate a farvela preparare affumicata con frasche di mirto e lentisco e poi gustatela. Le macellerie non mancano a Itri ed è facile trovare in vendita questo prodotto, fresco per griglia o da mangiare a fette, stagionata al punto giusto.

I formaggini, le caciotte e la ricotta, alcune specialità che intorno agli anni ’60 erano fonte di reddito e di intenso commercio, prodotti tipici venduti da circa 70 ambulanti con licenza di produttore (insieme all’olio di oliva) nei comuni di Formia, Gaeta, Fondi e Sperlonga. Oggi, gli ultimi “casari”, li preparano con pregiato latte di pecora o di capra, non più tra i monti, come una volta, ma a Itri, in laboratori igienicamente attrezzati previsti dalla normativa vigente, sempre però secondo l’antica tradizione: latte munto di fresco, con l’aggiunta di caglio e riversato nelle fuscèlle (formine tipiche di giunco di forma varia), usate anche per la ricotta, oggi anche in metallo bucherellato o di plastica, per la fuoriuscita del siero e posto fresco sui mercati e negozi in proprio già la mattina dopo.

Formaggini e caciotte, con aggiunta di sale, fatti stagionare a seconda del tipo: asciutto ma tenero (ottimo con le fave a maggio) oppure stagionati secchi. Entrambi i tipi vengono venduti ricoperti di erbe profumate di montagna (pimpinella) o, da mettere sott’olio e all’occorrenza usato sia per uno spuntino con le olive e un bicchiere di buon vino. Secchi, naturalmente, sono ottimi da grattugiare (pecorino e caprino) sui piatti tipici della cucina locale.

 

Usanze

Dai prodotti della terra e degli allevamenti, agli usi e consuetudini sempre nel campo della gastronomia.

Il giovedì che precede la Pasqua è tradizione preparare o acquistare in panetteria, un “tòrtano”, pane lievitato con olio, di forma circolare, con l’aggiunta di semi di anice profumato (cuccumbign’) viene adornato da un fiocco colorato e benedetto in chiesa prima di essere mangiato.

La tradizione del venerdì Santo, prevede che nelle case non manchi una pizza fatta con pasta lievitata ripiena di bietole bollite (la pizza di jete). Non manca la fantasia, con varianti di pizze diversamente farcite, arricchite con uova, salumi o formaggi

Per S. Giuseppe la regina della tavola e la zéppola fatta con farina, lievito e fritta in olio bollente, viene cosparsa di zucchero (nel passato preparata anche con aggiunta di uova, zucchero, fritta e cosparsa di miele).

Primi piatti e secondi, legumi, verdura e frutta sono quelli che giornalmente vengono consumati nei comuni del sud pontino piatti che per antica tradizione sono più vicini alla cucina napoletana. Non mancano alcuni tipi di pasta fatta in casa, a mano, con uova e di foggia varia, preparata nelle festività. (Fettuccine, lasagne, cannelloni e gnocchi.) Oppure la versione antica e più povera della pasta fatta con acqua e farina cotta e mantecata con fagioli e cotiche di cui oggi si è riscoperto nuovamente il gusto.

La vicinanza del mare (Formia e Gaeta) 10 e 7 Km. è fonte di approvvigionamento del pescato quotidiano per le attività commerciali e della ristorazione. È normale trovare nei negozi pesce freschissimo da acquistare, o gustarlo in tanti modi nei vari ristoranti d’Itri.

Un tempo i vigneti non mancavano, si produceva un bianco con uve coltivate in contrada “Magliana”, oggi piccoli appezzamenti di vigneti posti qua e là producono uva rossa da cui, si ricava il “San Giuseppe” un vino locale da pasto senza particolari pretese. Chi desidera farsi del vino in proprio, non ha difficoltà; è facile approvvigionarsi di uve di pregio provenienti dalle regioni del centro Italia e dalla Sicilia presso il Mercato Ortofrutticolo di Fondi.

 

Oggi si nota un nuovo interesse da parte dei giovani verso la viticoltura: la ricerca di vitigni autoctoni da poco impiantati a Itri. Promotrice il presidente della “Condotta 359 IdraItri e Monti Aurunci”, Rita La Rocca, associata al movimento internazionale “Slow Food” che ha pubblicato di recente il libro “Guida agli olii extravergine 2003” dove figurano ben cinque produttori di Itri. Per il 2003 La Condotta 359 ha organizzato, un intenso programma di promozione eno-gastronomico presso i locali d’Itri e paesi vicini. Gli incontri con la degustazione hanno il loro culmine in autunno con “Itri extra”, manifestazione associata all’olio extra vergine di Oliva, a ridosso dell’annuale Sagra dell’oliva itrana organizzata dall’Associazione Pro-Loco per il 2° week-end di agosto.

 

Sagre, manifestazioni, feste rionali

Ho già scritto singolarmente degli appuntamenti più importanti in altro contesto, non ricordarne altri che movimentano l’estate itrana può sembrare voler far torto ai loro promotori.

“La sagra della salsiccia” a fine settembre, sagre che gruppi di animatori rionali hanno promosso in questi ultimi anni e che richiamano numerosi turisti grazie ad una capillare azione pubblicitaria.

Altre feste rionali, legate alla tradizione religiosa, vengono organizzate grazie alla raccolta di fondi tra gli abitanti del quartiere dove si svolge la festa: di S. Rita il 22 di maggio, di S. Antonio il 13 giugno, della Madonna delle Grazie il 2 di luglio. Il 21/22/23 luglio e la festa patronale della Madonna della Civita. Il Carnevale itrano, con sfilata di carri, concorso di mascherine e ballo serale con un’apposita struttura allestita nel campo sportivo. A giugno in occasione del Corpus Domini c’è l’Infiorata organizzata dalla Pro-Loco.

Una manifestazione di ottima musica jazz e blues, denominata “Mississitri” raccoglie tanti giovani del sud pontino.

Le Chiese di S. Maria di Loreto ai “Cappuccini” e di S. Maria Maggiore ospitano ottimi concerti di musica classica organizzati dall’Associazione  Le Muse.

Da quaranta anni, durante l’arco dell’anno (non solo a Itri) due virtuosi di mandolino e chitarra, Ruggiero Ruggieri e Giovanni Petrillo, danno vita a concerti di musica e melodie napoletane (il coro “Città di Itri”, grazie a loro ed altri tre concertisti suscitò l’entusiasmo dei Tedeschi durante un concerto a Landshut in Germania). Era un trio di cui faceva parte inizialmente il compianto Orlando D’Agostino, profondo conoscitore e arrangiatore delle musiche del trio che aveva in gioventù suonato nella banda della Regia Marina. Un gruppo che ho avuto il piacere di presentare nel 1980 ad un concorso radiofonico riservato ai comuni della provincia di Latina, unitamente alla giovane pianista Rita Fusco che accompagnava il Prof. Palano (poesia) e Giampaolo Cardi (Storia locale). Parlare di successo è riduttivo. Il teatro “Giacomini” di Latina che ospitò la fase finale, era gremito fino all’inverosimile da un pubblico composto in maggioranza di giovani (era il tempo delle chitarre elettriche e dei gruppi rock), questi nel veder suonare gli Itrani (non più giovani), con tanta bravura e con strumenti che per loro appartenevano alla preistoria (mandola, mandolino e chitarra classica) rimasero incantati. Furono proprio loro a decretarne, con un lunghissimo applauso, il successo finale, con soddisfazione del sindaco Italo La Rocca che non mancò di accompagnare a Latina, in tutte le varie fasi, la “squadra“ del comune d’ Itri. Giovani concertisti a Itri non mancano la già citata Rita Fusco, Paola Soscia e Loredana Ciccarelli (pianiste) più i tanti giovani che si sono esibiti durante l’estate itrana 2003, nelle varie piazze d’Itri alla ricerca dei primi consensi.

Le associazioni sportive, di calcio, ginnastica, pallacanestro e pallavolo partecipano ai vari campionati di categoria con risultati soddisfacenti. Le fresche serate d’estate vengono animate annualmente, da tornei sportivi di particolare spettacolarità. Alternativamente è dato vedere qualche buona corsa ciclistica e gare di tiro al piattello organizzate dall’associazione cacciatori. D’altronde la selvaggina a Itri non manca, cinghiali, beccacce e tordi, durante la stagione venatoria fanno la felicità degli appassionati della caccia; è facile gustarla, in vari modi, anche nei locali adibiti alla ristorazione. È evidente che, quanto ho descritto sulle specialità locali e gli appuntamenti, di feste e sagre, non è rivolto agli itrani che le conoscono ma a chi leggerà queste notizie e vorrà visitare la città e magari fermarsi per gustare le specialità locali.

 

L’ambiente ed i suoi elementi

Provate a starci qualche tempo in questa terra, almeno per un periodo scandito dalle quattro stagioni; coglierete l’armonia della natura, i suoni, i profumi e i colori che essa racchiude.

Uscite dalla città e salite per una delle tante strade che oggi portano tra i monti, da Contrada “Marciano” fino a Fontana di Tozzo e poi proseguite a piedi per Forcella di Campello vecchio (843), vedrete ruderi di antichi insediamenti e abbeveratoi per animali: un giro pieno di fascino, tra valli e monti, dove la quiete è rotta solo dai rintocchi dei campanacci delle mandrie al pascolo; figure solitarie di bovini e cavalli che si inerpicano per costoni impervi, variopinte macchie che sfidano la gravità, sospese a pascolare tra i verdi arbusti della macchia mediterranea.

Ammirerete cime ricoperte da boschi di querce e faggi, ampi prati che un tempo riempivano i granai, dove oggi è facile trovare orchidee; a primavera poi, l’aria sa di salvia profumata, menta piperita e d’origano in fiore. Ali spiegate del falco pellegrino che carezzano, appena sfiorandole, cime secolari che si spingono verso il cielo. Impervi canaloni che s’imbiancano d’inverno di effimere nevi immacolate. D’estate poi, a perdita d’occhio, il giallo intenso delle ginestre in fiore, il loro profumo pungente che inebria e trascende. Antiche credenze popolari, lo credono un sentiero percorso da “Maria”, quel lungo serpente giallo che si diparte dal M. Grande.

Più a valle, ovunque, ulivi ben curati posti a dimora con meticolosa simmetria che ricoprono le colline degradanti verso il piano, orgoglio di una terra e vanto della sua gente; zolle di terra affiorano qua e la tra le rocce calcaree, minuscoli spazi recuperati all’olivo. Qui l’acqua non serve, le stagioni scandiscono il tempo e la produzione. L’uomo, poi, con la saggezza che gli viene dalla terra, fa il resto e con taglio sapiente impone alla pianta cadenza nel raccolto.

Nel periodo primaverile si raccolgono le drupe, frutto prezioso, ricchezza dell’economia locale. Le donne, una volta, accompagnavano il lavoro con il canto di antiche ballate popolari o canti religiosi che parlavano di antiche leggende; un modo per dimenticare il duro lavoro che iniziato all’alba, dopo una breve pausa a mezzogiorno, terminava al tramonto.

Le macchine e il tempo, hanno disperso usi e consuetudini di quei canti popolari colmi di religiosità; rimane solo il ricordo, non per tutti, di quando all’imbrunire, animali da soma scendevano per i sentieri impervi trasportando sacchi colmi di olive. Gli uomini, a piedi, spendevano le ultime forze per far ritorno a casa, donne infaticabili portavano in bilico sul capo fascine per il focolare, dove consumavano le ultime energie della giornata nel preparare la cena.  

Per vedere il mare andate sul Santuario della Civita, da Terracina fino a Gaeta, o se ancora più da vicino, a Bucefalo o a Monte Fumo ai confini con Gaeta. Oppure prendete per la strada provinciale la “Magliana” partendo dal centro di Itri. Arriverete a Sperlonga attraversando una strada tra boschi e uliveti, disseminate qua e la, decine di piccole case utilizzate per i fine settimana; al culmine della salita, spazierete con lo sguardo da un terrazzo naturale, sull’azzurro del Tirreno.

Da qui si scende verso Sperlonga per una strada panoramica ricavata su costoni di roccia; incredibile bellezza del panorama che cambia ad ogni curva, squarci d’azzurro, anfratti nella roccia a picco sul mare dal colore verde smeraldo. Prendete per la Via Flacca, poco dopo “Il Museo Nazionale”, “la Grotta di Tiberio” ed un paio di gallerie, un cartello vi indicherà il luogo dove per un viottolo pietroso e scosceso è possibile scendere per tuffarsi nelle acque cristalline di “Cala di Cetarola”, un fazzoletto di pietre, tra i più belli e selvaggi di tutta la costa laziale; è il “mare d’Itri”, l’estrema propaggine del territorio di questa città, un angolo incastonato nelle acque verdi e azzurre della “Riviera di Ulisse”. Tante le ragioni legate all’eroe omerico che ha dato il nome a questa parte di territorio, vanto dell’Azienda di Promozione Turistica della Provincia di Latina.

Non è una novità che Itri sia considerato paese di “mare”, i suoi giovani di leva svolgono anche il servizio nella Marina Militare Italiana. E che ci sia l’amore per il mare lo dimostra un’intensa attività velica del “Team Fra’ Diavolo”, un 12 metri d’altura, guidato da Vincenzo Addessi, che ha conseguito tra gli altri risultati, due brillanti piazzamenti nella “Coppa Re di Spagna” e nella “Settimana delle Bocche” a Porto Cervo, suscitando non pochi consensi. Mare, colline e monti vi sembra poco!

 

Un itinerario tra monumenti, ambiente, religiosità, cultura e tradizioni, patrimonio della gente d’Itri. 

(Testi riveduti e corretti, tratti dal libro “Tra Sacro e Profano in Terra d’ITRI” di Pino Pecchia ed. Kolbe 2003 Fondi)  

©Pino(Giuseppe) Pecchia

www.visitaitri.it

pecchiapi@tiscali.it