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Ora è buio, chiedete-Sardi a Itri

 

In alcune note postate in questo sito ho fatto cenno a due esponenti della cultura sarda che mi hanno onorato della loro presenza il 13 luglio del 2011 a Fondi. Presentavo allora il mio ultimo lavoro: 1911 - LA RIVOLTA DI ITRI. Erano Marco Lambroni e Gianni Marras. Il comunicato stampa, che riporto qui appresso, è la realizzazione di una idea, che nel 2011 Marras, intervenendo durante la presentazione, illustrò agli intervenuti. Ampia documentazione e foto di quel giorno si trovano nella pagina: Libro - 1911 La Rivolta di Itri. La presentazione dell'Opera è avvenuta il 20 dicembre del 2020 presso il Teatro comunale di Alghero, in collegamento streaming.

L'avvenimento è su FB e You Tube, digitando il titolo dell'Opera. Per l'occasione ho inviato un mio intervento video registrato, che troverete di seguito.

Il 16 settembre del 2022 l'evento tanto atteso si è materializzato presso il Teatro Giuseppe Verdi di Sassari alla presenza di rappresentanti dell'Amministrazione sassarese e del Comune di Itri. La serata era stata preceduta il giorno 15 dalla presentazione del mio libro di cui troverete notizie dettagliate nelle pagina: ITRI LA RIVOLTA CONTRO I SARDI. È la ristampa dei due volumi pubblicati rispettivamente nel 2003 I Sardi a Itri e nel 2011 1911 La Rivolta di Itri.

Notizie dell'Opera cantata riportate qui appresso sono: il comunicato della Laborintus, la Sinossi e la dotta recensione di ANDREA IVALDI del 21 settembre 2022, più le foto pubblicate da: GBOPERA MAGAZINE - Associazione No Profit, portale diretto da Giorgio Bagnoli, che ringrazio avendo utilizzato il servizio in favore della benemerita Associazione Laborintus di Sassari. Associazione alla quale sono legato da lunga amicizia nella persona del Presidente M° Marco Lambroni e dei componenti riportati in questo servizio e nella pagina cui ho fatto riferimento in precedenza. Nei comunicati stampa dell'Associazione e nella parte iniziale del libretto dell'Opera ho avuto il piacere e l'onore di questa citazione: ...  Dopo cento anni il paziente lavoro dello scrittore Pino Pecchia ha voluto riaprire e analizzare un doloroso episodio praticamente sconosciuto che fa parte comunque della nostra storia e ha ispirato gli autori di quest’opera, nella convinzione che, al di là del risultato artistico, il compito di un autore debba essere anche dedicato all’impegno storico e civile legato alla memoria della propria terra.

Per questo sono grato agli autori con i quali ho condiviso a Sassari alcuni giorni in serena ed affettuosa amicizia confortato dalla piacevole ospitalità che è stata riservata a me e ai  famigliari. (P.P.)

 

"Laborintus presenta

“Ora è buio, chiedete (Sardi a Itri)”

La grande tradizione del teatro musicale ritorna in un'opera contemporanea

Il progetto sarà presentato domenica 20 dicembre alle 21 al Teatro Civico di Alghero interverranno all'incontro Gianni Marras, Emanuele Floris Gabriele Verdinelli, Daniele Sanna, Pino Pecchia sul palco Angela Carta, Marta Raviglia, Simone Sassu  coro di Uri diretto da Marco Lambroni coro dell'associazione Polifonica Santa Cecilia diretto da Matteo Taras.

Un progetto artistico ispirato alla grande tradizione del teatro musicale, pensato, per riportare in luce un sanguinoso fatto di cronaca ormai quasi dimenticato: l'eccidio dei sardi a Itri, accaduto oltre un secolo fa ma dai risvolti drammaticamente attuali. Questo il concept della nuova produzione dell'associazione Laborintus “Ora è buio, chiedete (Sardi a Itri)” opera cantata in due parti nata da un'idea di Gianni Marras e realizzata su libretto di Emanuele Floris e musica di Gabriele Verdinelli.

 In attesa della riapertura dei teatri Laborintus racconterà al pubblico la genesi dell'opera e le fasi di ricostruzione storica, di scrittura del libretto e delle musiche martedì 20 dicembre alle 21 con un evento-spettacolo in diretta streaming dal teatro civico di Alghero. All'incontro interverranno oltre a Marras, Floris e Verdinelli anche altri ospiti tra cui lo scrittore Pino Pecchia autore di due volumi sulla vicenda dei Sardi a Itri e lo storico Daniele Sanna.

L'incontro presentato dalla giornalista Monica De Murtas sarà visibile sulla pagina facebook.com/unconcettounidea e in podcast sul canale you tube Laborintus. Nel corso della serata si potranno gustare in anteprima alcuni passaggi musicali dell'opera cantata eseguiti da: Angela Carta, Marta Raviglia, Simone Sassu. In streaming dal Civico anche il Coro di Uri diretto da Marco Lambroni e il coro dell'associazione Polifonica Santa Cecilia diretto da Matteo Taras.

L'eccidio dei sardi a Itri: una storia dimenticata

Nel luglio 1911 un oscuro fatto di cronaca sconvolse una comunità sarda che si era stabilita a Itri, in provincia di Latina (all’epoca nel distretto amministrativo di Caserta). In quegli anni molti operai per lo più provenienti dalle miniere isolane erano impegnati nella costruzione della linea ferroviaria diretta Roma - Napoli. L’immigrazione, allora proprio come adesso, portò a fenomeni di intolleranza e tensione sociale che sfociarono in una strage compiuta dagli abitanti della cittadina laziale ai danni dei sardi, per cause che non furono mai del tutto accertate. Una successiva inchiesta parlò di tre morti e decine di feriti. L'eccidio di Itri fu ben presto dimenticato e seppellito dagli orrori della Grande Guerra, e subito dopo dell'epidemia Spagnola che decimò la popolazione soprattutto nei luoghi narrati dai fatti.

Ora è' buio, chiedete” nasce con l'idea di ricostruire questa vicenda dai risvolti sociali emblematici eppure mai entrata nella storia. Nel titolo riecheggia l’invito a conoscere la vicenda che Antoni lancia nel finale al mondo. Il progetto nasce dieci anni fa – dice Gianni Marras regista e responsabile dell’ufficio regia e direzione di scena del Teatro Comunale di Bologna – da una lettera che lessi nella rubrica di Michele Serra sul “Venerdì” di Repubblica: parlava della “strage di Itri” non sapevo niente di questa storia incredibile e pensai che fosse da approfondire, da far conoscere al pubblico, raccontare in uno spettacolo. Proposi subito l'idea a Gabriele Verdinelli che rimase anche lui affascinato dalla storia. Fu Michele Serra ad indirizzarci verso il più grande esperto della vicenda, Pino Pecchia, che andai a conoscere insieme a Marco Lambroni, anche lui di Laborintus”. La drammatica esperienza del lockdown, legato alla pandemia ancora in corso, ha dato l’occasione creativa per il completamento della scrittura, anche per alcuni aspetti della narrazione scenica e per le particolari condizioni produttive attuali, indirizzando l’opera verso dimensioni e sviluppo adatti alla situazione. “La produzione - conclude Marras - potrebbe prevedere un elastico ventaglio di possibilità: dall’esecuzione in forma di concerto come cantata, anche con essenziali elementi scenici, fino alla completa messa in scena, realizzabile comunque con semplici elementi connotativi”.

 Il gruppo di lavoro

Accanto al regista Gianni Marras hanno lavorato al progetto un gruppo di artisti sardi con esperienze in ambito nazionale e internazionale. A scrivere il libretto è stato il drammaturgo, regista e giornalista Emanuele Floris Autore delle musiche è Gabriele Verdinelli compositore e docente del Conservatorio Luigi Canepa di Sassari “Scrivere un’opera al giorno d’oggi – dice Verdinelli - è qualcosa di utopico, fuori dal tempo.

Non solo per una pandemia in corso che blocca le attività artistiche e chiude i teatri, ma anche per il doversi cimentare in un’impresa che richiede tempi, modalità e sforzi produttivi che ormai si riservano esclusivamente a un ristretto numero di titoli del grande melodramma del passato. Questo progetto nasce dall'idea di lavorare a un’opera di teatro musicale contemporaneo che possa contemplare una struttura legata alla cultura e alla storia della Sardegna, ma con aspetti proiettati verso un moderno linguaggio universale. L’organico strumentale è cameristico e sul palcoscenico sono quattro gli interpreti divisi simmetricamente tra sardi e itrani. Da una parte Maia (soprano) giovane figlia del sindaco di Itri (basso). Dall’altra Elia (tenore) giovane operaio sardo e Antoni (baritono) di fatto protagonista dell’opera, mentore e compagno più maturo di Elia. Importante e particolare l’apporto dei cori: un coro sardo popolare maschile per la prima volta viene coinvolto in un lavoro del genere. “Ciò ovviamente ha comportato difficoltà - conclude Verdinelli - e la necessità di adattare la scrittura a una formazione non abituata a contesti simili; un coro misto invece impersonerà i cittadini di Itri. L’utilizzo di materiali della tradizione musicale della Sardegna non è mai attuato per fini puramente didascalici o coloristici, ma è centrale nella struttura e nello sviluppo dell’opera, basata sul principio delle caratteristiche nodas”.

Il risultato è un’agile opera-cantata divisa in due parti, per una durata totale di un’ora e un quarto, strutturalmente radicata nella tradizione colta europea ma con uno stile e colore sicuramente apprezzabili anche per il pubblico non specializzato.

 

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Intervento video registrato trasmesso in streaming, dal Teatro Comunale di Alghero, in occasione della presentazione dell’Opera: Ora è buio, chiedete - I Sardi a Itri

 A tutti il mio più cordiale buonasera,

 sono qui in veste di autore. Riassumerò il mio percorso di ricerca delle fonti, che mi ha permesso la stesura di due dei miei libri; mio intento, sin dal 2003, è anche auspicare l’ipotesi di una possibile riconciliazione tra Sardi e Itrani.

 L’interesse    

Nel 1987 lessi un articolo della stampa isolana, che parlava degli avvenimenti del 1911 dal titolo: “Il primo contributo di sangue degli emigrati isolani che lavoravano in Ciociaria”. La cronaca raccontava di fatti a me sconosciuti avvenuti il 12 e 13 di luglio. La notizia mi colpì: le accuse contro gli itrani erano gravissime. Era tutto vero quanto riportato nell’articolo? Nessuno degli storici di Itri aveva mai scritto di quei due giorni funesti. Riuscii a trovare due arringhe difensive. Articolo e arringhe davano notizie totalmente opposte. Così ho trascorso gli ultimi cinque lustri a fare ricerche, ad allacciare anche contatti con la cultura sarda. Presso l’archivio di Stato di Caserta, il Museo Campano, la Biblioteca Nazionale di Roma trovai una quantità notevole di documenti, che pubblicai nel 2003, con "I Sardi a Itri”.  Una ricostruzione, super partes, come mi è stato riconosciuto. Mi posi, però, alcuni interrogativi. Primo fra tutti: chi aveva ucciso Antonio Barranca, Efisio Pitzus e Antonio Atzas, i tre operai sardi?, che voglio ricordare stasera. Così, proseguii le ricerche.

Con il libro La Rivolta di Itri pubblicato nel 2011 ho concluso lo studio. Documenti esibiti al processo dicono che visto il malessere tra le due comunità, il sindaco d’Arezzo denunciò al Prefetto vari disordini provocati dai sardi, invocando il potenziamento della forza pubblica, senza risultato. Inviò l’ultima richiesta l’otto maggio, due mesi prima della rivolta al Ministro Giolitti: “… per riparare a qualsiasi funesto evento e conflitto di sangue di potenziare la forza pubblica…; il ministro Giolitti gli rispose il 19 maggio,: “… questo Ministero non ritiene sia il caso di procedere alla istituzione di una delegazione distaccata a Itri…”. Il rifiuto del ministro e l’assassinio di un facoltoso possidente del luogo, da parte di due operai sardi, avvenuto il 17 maggio, presso la stazione ferroviaria di Sonnino, credo, fecero precipitare gli eventi.

Prodromo del dramma l’aggressione a un contadino di Itri, in piazza Incoronazione, il pomeriggio del 12 luglio. L’arresto di un sardo provocò la reazione di un centinaio di isolani, che assaltarono la caserma dei carabinieri chiedendone il rilascio. Il giorno 13, alle tre del pomeriggio voci incontrollate di possibili aggressioni da parte dei sardi provenienti da Formia, dove avevano costituito la Lega del V lotto, accesero gli animi dei locali, le campane iniziarono a suonare a stormo. Ebbe inizio lo scontro: la caccia al sardo, come la definirono i giornali di tutta Italia.

Fu una pagina triste e dolorosa scritta in un funesto pomeriggio da una folla impazzita,  di un giorno tristemente famoso nella storia di Itri. 

Parte della stampa riportò morti e feriti in numero maggiore, accusando gli itrani di aver occultato, seppellendoli, altri operai. Nei confronti del sindaco d’Arezzo e dei consiglieri Bonelli e Pennacchia, fu emesso mandato di cattura, furono accusati di: premeditazione, concussione e istigazione alla rivolta, si costituirono. Furono prosciolti nella fase istruttoria. Così come per 60 itrani, arrestati con altri 33, rinviati a giudizio. Il processo fu celebrato presso la Corte d’Assise di Napoli. La rivolta d’Itri, argomentò la sezione d’Accusa: “Fu dovuta ad un risentimento dei cittadini contro il licenzioso e prepotente contegno degli operai sardi pervenuti a Itri… per i lavori della direttissima Roma-Napoli…”. Un severo monito fu pronunciato dal Procuratore Generale Cacciapuoti: “C’era da restarne offeso il sentimento d’italianità”, riferito  agli itrani. Fu duro, però, anche con gli isolani: “… I più prepotenti e arroganti erano i sardi e tra loro riuniti, per quello spirito di solidarietà, che saldamente fuori la patria di origine avvince gli isolani, si davano all’orgia, disturbando la quiete pubblica e trascorrendo talora a private contese ed a reati contro la quiete pubblica”. Il processo si concluse il 29 maggio del 1914. I trentatré itrani furono assolti. Nove dei contumaci  condannati a pene da un minimo di diciassette ad un massimo di trenta anni.  

Nel mio saggio La Rivolta di Itri, presentato a Itri, e a Fondi nel 2011, è possibile ripercorrere le fasi del processo; dall’escussione dei testi delle parti in causa, agli imputati e alle interrogazioni dei deputati sardi e del circondario di Fondi, con abbondanti documenti che gettano una luce ben definita sulle cause che portarono gli itrani alla rivolta il 13 luglio.  Altri fattori, però, furono alla base dello scontro. Gli operai sardi erano sottopagati e  vivevano in condizioni precaria in abitazioni di fortuna.

Di recente, la stampa sarda, richiamando cronache del tempo, ha tirato in ballo la camorra, che avrebbe condizionato, la vita degli operai obbligandoli a pagare il pizzo, con il rifiuto dei sardi. È una tesi senza riscontro documentale, né reperibile agli atti del processo. Ritengo che sardi e itrani furono vittime di uno scontro non premeditato, ma causato da circostanze avverse, prodotte da un’ombrosa convivenza quotidiana tra due comunità identiche per carattere. Se ci fu una visione miope, per gli avvenimenti che si verificarono, questa è da addebitare alla ditta appaltatrice dei lavori e alle istituzioni, che negarono la forza pubblica richiesta.

La riconciliazione

Della tragedia di Itri ha scritto nel 2011 lo storico sardo, prof. Antonio Budruni, autore dei “I giorni del Massacro”, Delfino Editore. L’autore sulle pagine del Messaggero Sardo del luglio/agosto del 2011,  dopo aver fatto cenno ai miei libri scrisse: … Pecchia vuole gettare un ponte ideale tra sardi e itrani, ma la riconciliazione presuppone se non le scuse, almeno qualche parola di commiserazione per i poveri operai sardi trucidati e questo da parte itrana non è mai avvenuto, anzi, si continua con la logica di cent’anni fa: assolvere tutti, dando le colpe allo Stato.”

Il 5 ottobre 2019 a Itri si è tenuto il convegno: “I Sardi a Itri”, era presente il dott. Umberto Oppus, Direttore Generale dell’Assessorato agli EE.LL. della Sardegna e Franco Saba sindaco di Ottana. Angelo Sini, sindaco di Pattada,  in una nota di risposta per l’invito, scrisse: … ringrazio il sindaco ed i partecipanti per l’ottima idea sulla via di una completa riappacificazione”. Il sindaco di Santa Teresa Gallura, Stefano Pisciottu, invitato, inviò una targa in segno di amicizia. Personaggi della politica sarda coinvolti dall’amico e romanziere per passione, Rino Solinas, autore del romanzo storico ”Le campane suonarono a stormo”, presentato in quel contesto.

Il sindaco, avv. Antonio Fargiorgio, durante il suo intervento dichiarò:  “… fu commesso un grave sbaglio… è giunto il momento che noi itrani facciamo ammenda, riconoscendo le nostre responsabilità…”. Altri incontri furono programmati a febbraio di quest’anno a Pattada, e il 13 luglio a Itri, sospesi per motivi sanitari.

Ebbene, ora che ammenda è stata fatta, sarebbe opportuno, tramite i media, far conoscere ai più, tutto ciò che è avvenuto a Itri prima e dopo quel tragico tredici luglio, notizie supportate dalle fonti, è ovvio, compreso le scuse dianzi partecipate dal sindaco di Itri.

La cantata scenica.

Gli amici che hanno terminato il lavoro presentato questa sera ad Alghero, hanno tenuto fede alla promessa che Gianni Marras fece il 13 luglio del 2011, a Fondi, in occasione della presentazione del mio libro: presente anche l’amico Marco Lambroni. Ringrazio loro e il team che ha realizzato l’Opera, per aver dato credito alla mia ricerca. Un lavoro, il mio, che non è solo un’indagine storiografica, ma anche un intento civile. Sono certo che potranno essere raggiunti risultati apprezzabili di riconciliazione, anche grazie a quest’Opera.

E concludo: non ho emesso sentenze sebbene possa apparire qualche giudizio circoscritto ai dettagli. Ritengo che sardi e itrani siano state vittime in ugual misura. Un’analisi obiettiva, una lettura razionale, un giudizio storico con adeguato criterio di valutazione contribuirà, in qualche modo, a inquadrare e capire quella dolorosa vicenda, che emerge dalle mie ricerche. Preciso che a pagina sessanta del mio libro c’è un dubbio circa l’uccisione di Antonio Barranca. Un interrogativo che esclude qualsiasi partigianeria in favore degli itrani: perché poi? Questi sono casi in cui la ricerca non giunge a una sentenza, ma almeno si accosta il più possibile allo svolgimento dei fatti.

20 dicembre 2020

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Sassari, 16 settembre 2022

Una serata importante per la Cultura sassarese: presentata la prima dell'Opera: ORA È BUIO, CHIEDETE - SARDI A ITRI.

 

SINOSSI

 La vicenda è ambientata tra il 12 e 13 luglio 1911, a Itri (provincia di Latina, all’epoca distretto amministrativo di Caserta) tra il cantiere per la costruzione della direttissima ferroviaria Roma - Napoli e la piazza centrale del paese.

 PRIMO ATTO

Il Narratore illustra l’antefatto: la grandiosa opera pubblica richiede molta mano d’opera e operai d’ogni parte d’Italia vivono nelle baracche addossate al cantiere in precarie condizioni igieniche e difficili condizioni di lavoro. Difficile anche il rapporto con la cittadinanza locale, tra intolleranze, sfruttamento e reciproche diffidenze.

È sera, Maia, la figlia adolescente del sindaco, si aggira vicino alle baracche degli operai sardi: ha un ritardo mentale e non è mai riuscita a sviluppare normali rapporti relazionali. Mentre un coro canta un Miserere, incontra Elia, un giovane lavoratore sardo che la interroga, incuriosito dall’insolita presenza e per l’irrazionalità delle sue risposte. Arriva il sindaco, preoccupato per l’assenza della figlia e nel vederla in colloquio con un sardo; nella conseguente tensione interviene Antoni, operaio più anziano e mentore di Elia, che spiega la situazione e mostra la salma di un loro giovanissimo compagno appena deceduto per un’epidemia che sta facendo strage tra di loro. Il sindaco porge le proprie condoglianze ma, sostenuto dai suoi concittadini, rifiuta di concedere le esequie pubbliche, secondo le disposizioni sanitarie previste per il contenimento dell’epidemia.

Andati via gli Itrani, i Sardi sfogano la rabbia per la loro miserevole condizione e, spinti da Antoni, decidono di ribellarsi e di onorare comunque il loro compagno con una cerimonia funebre. Elia, rimasto solo, riflette sulle sue speranze deluse e sulla poca differenza tra la dura realtà delle miniere nella propria terra e il lavoro attuale. Ritorna Antoni che vuole la sua partecipazione allo sciopero, ma Elia, ormai disincantato, non vuole seguire il suo maestro: vede il suo futuro altrove e vuole abbandonare quella vita. Al termine del diverbio, Antoni rimane solo.

Nella piazza centrale del paese il sindaco intanto deve contenere le paure e i rancori dei propri amministrati nei confronti dei Sardi, accusati di insidiare le donne e di portare malattie e violenze.

Il primo cittadino cerca di calmarli, ricordando anche la loro indispensabilità nei cantieri, e legge un telegramma in cui chiede un intervento dell’esercito per prevenire eventuali disordini.

 SECONDO ATTO

Dopo un altro intervento del narratore che commenta gli eventi e la crescente tensione, scende la notte: Maia è nuovamente scappata di casa e si aggira nella cava in preda ai suoi fantasmi. Si imbatte in Antoni che, sospettoso, le chiede cosa faccia lì e la insidia ambiguamente; sopraggiunge opportunamente Elia che protegge la ragazza e si scontra duramente con Antoni che, dopo velate minacce, appare chiaramente intenzionato a un’azione violenta con l’esplosivo che ha rubato nella cava. Rimasti soli, Elia rassicura Maia e la conduce vicino a una pozza d’acqua dove si specchiano e si riconoscono nei loro sogni. L’incanto però dura poco: Elia ha un cattivo presagio e Maia, guidata dalle sue voci, si allontana ed entra nel cantiere prima che Elia possa fermarla mentre una terribile esplosione squassa l’aria.

Prime ore del mattino: gli Itrani, armati, circondano il sindaco disperato per la scomparsa di Maia e accusano la comunità sarda di essere responsabile per l’attentato alla casa del capocantiere. La situazione precipita rapidamente con l’arrivo dei Sardi in sciopero che intendono far liberare un loro compagno detenuto e ottenere condizioni di lavoro più umane. Mentre si fronteggiano arrivano le donne del paese con il corpo ritrovato di Maia, straziato dall’esplosione: davanti al dolore del sindaco e accecati dall’odio e dal desiderio di vendetta, gli Itrani attaccano i Sardi. Dopo lo scontro rimangono a terra i corpi dei morti, tutti sardi, e dei feriti, tra cui Elia e Antoni: saranno le donne itrane per prime ad avere pietà di loro.

L’ultimo intervento del narratore prepara l’epilogo: sono passati undici anni, è il 1922 e le grandi tragedie dell’umanità hanno fatto passare in secondo piano le vicende di Itri. La Grande Guerra e la pandemia spagnola hanno fatto strage, soprattutto nei luoghi narrati dai fatti: Elia è riuscito a partire come sognava, ma per morire al fronte. Il paese ha voluto dimenticare ed è stato assolto in un processo che non ha trovato colpevoli e ora è in festosa attesa del Re per l’inaugurazione della ferrovia. Arriva il treno reale, accolto dalla banda e dal sindaco: ma il convoglio si limita a rallentare senza neanche fermarsi e dalla folla si separa Antoni, invecchiato, distrutto dalle fatiche del lavoro e divorato dalle sue angosce. Compaiono anche Maia ed Elia con i Sardi e gli Itrani scomparsi, per la prima volta insieme in pace, senza odi o tensioni, come fantasmi dei sensi di colpa di Antoni, unico sopravvissuto ma condannato a ricordare.

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SASSARI, TEATRO VERDI: IN PRIMA ASSOLUTA L’OPERA “ORA È BUIO, CHIEDETE”

Recensione di OPERA BY ANDREA IVALDI 21 SETTEMBRE 2022  e foto da: GBOPERA MAGAZINE - Associazione No Profit - Direttore Editoriale Giorgio Bagnoli.

Sassari, Teatro Verdi – stagione 2022
ORA È BUIO, CHIEDETE”
Opera-cantata in due parti su libretto di Emanuele Floris.
Musica di Gabriele Verdinelli
Antoni MAURIZIO LEONI
Maia MARTA RAVIGLIA
Elia BLAGOJ NACOSKI
Il Sindaco MATTEO LOI
Il Narratore MAURIZIO GIORDO
Ensemble Laborintus
Coro Polifonica Santa Cecilia e coro di Uri
Direttore Gabriele Verdinelli
Maestri dei cori Matteo Taras, Marco Lambroni
Regia Gianni Marras
Scene e costumi Davide Amadei
Disegno luci Tony Grandi
 

Venerdì 16 settembre presso il Teatro Verdi di Sassari ha avuto luogo l’attesa prima esecuzione assoluta dell’Opera-Cantata “Ora è buio, chiedete” del compositore Gabriele Verdinelli, su libretto di Emanuele Floris, entrambi sassaresi. L’evento, coprodotto dall’Associazione Culturale Laborintus, dalla Cooperativa Teatro e/o Musica e dall’Associazione Polifonica Santa Cecilia, ha segnato il coronamento di un lungo percorso creativo, nel corso del quale un gruppo di artisti e intellettuali sardi, in primis i due autori citati, ha voluto dare vita ad un lavoro che, partendo da un tragico fatto storico documentato dalle cronache, affrontasse temi attuali quali quelli dell’emigrazione e dello sfruttamento, attraverso la lente di ingrandimento del forte senso di appartenenza del popolo sardo.

La vicenda, risalente al 1911 è quella di un gruppo di minatori trasferitisi dalla Sardegna ad Itri (Lazio meridionale) per lavorare alla costruzione della ferrovia Roma-Napoli, opera ritenuta strategica dal governo italiano per celebrare il cinquantenario dell’Unità del paese. Le condizioni miserevoli, l’ostilità cieca dei residenti, l’insorgere di una epidemia (altro tema particolarmente attuale) fanno precipitare le rivendicazioni dei diritti dei lavoratori in una tragedia che interromperà o segnerà per sempre le vite dei protagonisti. Un lavoro conciso, cui gli autori hanno saputo imprimere un ritmo agile e serrato, dal taglio quasi cinematografico, e che ha trovato nell’inserimento del personaggio di Maia, fragile figlia del sindaco del paese, una variabile decisiva per aprire parentesi espressive e squarci poetici in una vicenda altrimenti cupa e destinata ad essere raccontata esclusivamente al maschile.

Il libretto di Emanuele Floris, che prevede l’intervento di un narratore per contestualizzare la vicenda, segue l’accrescersi della tensione fra i minatori e i residenti fino al suo tragico compimento soprattutto attraverso gli accesi dialoghi fra i due protagonisti sardi, in cui è il maturo Antoni ad esortare alla lotta e al sacrificio nel nome della dignità dei suoi compagni, mentre il giovane Elia si mostra figura disincantata, assorta in un mondo interiore già affollato di rimpianti. Il ruolo fondamentale dei due cori presenti in scena, il coro maschile di impostazione popolare degli operai sardi, e il coro misto dei cittadini di Itri, entrambi forse i veri protagonisti della vicenda, è delineato con grande efficacia dalle scelte musicali di Verdinelli che ha costruito i rispettivi interventi contrapponendo materiali tradizionali delle specifiche aree di provenienza: Il Miserere per gli operai sardi, una Ninna nanna locale per gli abitanti del posto.

La musica di tradizione orale, in cui l’improvvisazione gioca un ruolo di rilievo, trova spesso nei lavori di Verdinelli un territorio comune con alcuni aspetti del Jazz, dando vita a un linguaggio estremamente duttile e suggestivo, libero di muoversi nell’una o l’altra direzione o di allontanarsi dalle proprie radici senza mai abbandonarle completamente. Grazie ad un solido controllo stilistico il compositore ha potuto giustapporre soluzioni e linguaggi molto eterogenei senza alcuna perdita di coerenza, riuscendo a rendere con sentimento profondo e partecipe i conflitti interiori dei protagonisti. Nelle numerose scene di assieme l’uso della dissonanza e delle sovrapposizioni di materiali diversi hanno conferito grande intensità drammatica, ma altrettanto ben delineati sono apparsi i momenti più intimi, a volte arricchiti di raffinati riferimenti storici, come nei frequenti episodi in cui la voce di soprano della stralunata Maia è accompagnata dal flauto solo, che ci rimanda in un passato lontano alla scena della pazzia della Lucia di Lammermoor, o più da vicino, alla Kranke Mond del Pierrot Lunaire.
L’organico strumentale era diviso in cinque gruppi, impegnati in una scrittura ritmicamente molto complessa, e ha offerto una prestazione molto convincente, ben diretto dal compositore stesso.

Ottime le prove dei solisti: Marta Raviglia ha dato voce limpida al personaggio di Maia, impeccabile nell’intonazione in un ruolo cui si è adattata con naturalezza; Maurizio Leoni è stato un Antoni di grande presenza scenica e vocale, vero e proprio collante fra tutti i momenti dell’opera di cui ha sottolineato i punti culminanti, fino alla sua estenuata conclusione; Blagoj Nagoskj era il giovane Elia, interpretato con eleganza e sicurezza, delicato ed espressivo nei numerosi dialoghi con Maia; Matteo Loi, ha tratteggiato con gusto sicuro la parte del Sindaco. Di valore anche la recitazione di Maurizio Giordo nella parte del narratore.
La regia era affidata a Gianni Marras, che ha dato un contributo essenziale nel delineare i personaggi con chiarezza arricchendo di dettagli la lettura dello spettacolo e superando brillantemente le difficoltà legate al poco spazio sul palco, occupato in parte dall’orchestra. Le parti corali erano affidate al Coro di Uri e alla Polifonica Santa Cecilia di Sassari, preparati rispettivamente da Marco Lambroni e Matteo Taras, mentre le scene e i costumi erano di Davide Amadei. L’evento, molto atteso, non poteva che attrarre un pubblico numeroso e partecipe, che ha salutato gli autori e gli interpreti con lunghissimi e meritati applausi.

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foto: www.gbopera.it

 

 

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